Questa è la quarta puntata delle Avventure di katy. I bambini della V elementare hanno fatto arrivare la nostra eroina nell’antica roma… e noi, come sempre abbiamo raccolto la loro sfida! Questa puntata non è ancora corredata da disegni, ma speriamo che i bambini ce li mandino presto!
… ma qualcosa non quadrava: si trattava di una arena stracolma di gente che guardava dei giochi assiepata su gradinate di legno che circondavano una pianura lunga e stretta circondata da due lati da colline, con un lato aperto su una stretta valle e con il quarto lato che si affacciava su un largo fiume. La sua prima impressione di trovarsi nel Colosseo era chiaramente sbagliata…ma dove si trovava allora? E in che tempo era capitata?
Katy, ancora stordita dal salto nel tempo, cercava di rispondere a queste domande, sapendo bene che da questo poteva dipendere la sua salvezza. Si guardava intorno con curiosità cercando di venire a capo della questione: tutta la valle era poco edificata, verso il fiume si potevano vedere diversi edifici, i fianchi delle colline erano invece ripidi e contornati da aree boschive. Sulla cima di una delle due colline, Katy poteva vedere numerose strutture che sembravano abitazioni, mentre l’altra collina sembrava essere meno edificata, ma presentava strutture più grandi. In lontananza, alla destra della valle guardando il fiume, Katy si accorse di una terza collina che si innalzava lontana con un grande edificio in costruzione. A Katy sembrava tutto estremamente familiare, ma non riusciva a capire perché…ad un tratto la folla cominciò a gridare “Ecco i carri!” e Katy vide apparire 4 carri trainati da cavalli che si lanciarono in una folle corsa attraverso la lunga valle “Ma certo” esclamò Katy che aveva finalmente capito “Questo non è il Colosseo, sono nel Circo Massimo, e queste due colline sono il Palatino e l’Aventino con i suoi templi… e quella collina laggiù deve essere certamente il Campidoglio con il tempio di Giove! … ma quando sono capitata?” Katy aveva finalmente capito di essere a Roma, nel Circo Massimo, ora doveva capire in che tempo era finita, cominciò a guardarsi intorno cercando di ricordare quello che aveva imparato a scuola: “il circo massimo è circondato da gradinate mobili di legno, non è come quello di età imperiale che ho studiato a scuola!” pensò Katy continuando a guardarsi intorno “Sono finita sicuramente in età repubblicana…se non prima! Il tempio di Giove sul Campidoglio è ancora in costruzione…potrei essere addirittura in età regia…” mentre Katy era persa nei suoi pensieri, all’improvviso la folla esplose in un boato di applausi e grida e una voce, a stento udibile da dove Katy si trovava, proclamò: “La quadriga di Mario Quirino vince oggi la corsa in onore del nostro grande sovrano Lucio Tarquinio Lucumone, onore al vincitore ed onore al nostro grande re!”.
“Mamma mia!” disse Katy affranta “proprio sotto il regno di Tarquinio il superbo dovevo finire? nell’epoca più nera della storia di Roma regia…non potevo capitare peggio!” “Si che ti può andare peggio” disse un ragazzo che le spuntò da dietro le spalle “ se non ti sbrighi a tornare alla base con qualcosa nel sacco” Katy lo guardò senza sapere cosa dirgli, era un ragazzo un po’ più grande di lei, magro ed alto, vestito di stracci e con il viso sporco ed i capelli arruffati. Il ragazzo era scalzo e portava alla vita una borsa rigonfia con una scucitura su un lato, da cui si riusciva a vedere parte di un bracciale che certamente non doveva essere di proprietà di quel ragazzo. A Katy la situazione sembrò subito chiara: si trattava certamente di un ladruncolo che approfittava della calca dei giochi per alleggerire le borse degli spettatori! “Tu devi essere quella nuova, vedo che ancora non hai preso nulla, se non ti sbrighi questa sera cosa pensi di mangiare?” aggiunse il ragazzo e, guardando Katy con compassione, “vabbè – disse- per oggi ti aiuto io, tanto a me è andata bene, tieni questo” e parlando le porse il bracciale che Katy aveva già visto. “Ma cosa devo farne di questo?” chiese Katy perplessa “ma venderlo giù al mercato sul Tevere per guadagnare la cena per te e per quelli di noi che oggi stanno male e non possono lavorare!” rispose il ragazzo “certo che sei proprio strana, sembra quasi tu venga da un altro mondo.. Su, adesso sbrigati. Stammi dietro, se ci riesci” concluse il ragazzo, che cominciò a muoversi svelto tra la folla che ora lasciava la grande arena sparpagliandosi. “Aspetta, non lasciarmi indietro vengo con te!” gridò Katy raggiungendolo “Come ti chiami? E dove stiamo andando adesso?” chiese la ragazza mentre tentava di tenere il lungo passo del giovane attraverso strade di terra battuta “Io sono Decio dei Ramni, della tribù Fabia. La mia famiglia è originaria dell’Esquilino, ma con le nuove leggi di questi re stranieri a gente come noi non è più consentito mantenere l’appellativo originario” “Che intendi dire?” domandò Katy “Che se sei povero, senza soldi o terre, non conti nulla a Roma e ti devi arrangiare con le tue sole forze! Proprio come facciamo io e i miei amici”, replicò il ragazzo con amarezza nella voce “I tuoi amici?” domandò ancora Katy “Si, noi ci facciamo chiamare Gli Invisibili”, disse ancora il ragazzo “perché questo siamo per tutti: i nostri genitori sono stati fatti prigionieri o sono servi e quindi nessuno si cura di noi, a nessuno interessa di noi o della nostra vita e allora abbiamo deciso che avremmo vissuto in modo invisibile, arrangiandoci, vivendo ogni giorno come se non ce ne dovessero essere altri. E adesso basta parlare, siamo arrivati al mercato sul fiume: è ora di concludere qualche affare!”. I due erano giunti ad un vasto slargo in terra battuta, proprio a ridosso della sponda sinistra di quel grande fiume che adesso Katy sapeva essere il Tevere, il principale fiume di Roma, anche se non era come lei l’aveva visto quando era andata in gita con la scuola: non c’erano muraglioni o argini ma sponde altissime e scoscese ricoperte da una fittissima vegetazione e l’acqua scorreva vorticosa, e soprattutto era incredibilmente azzurra e non verdastra come se lo ricordava. Le sponde del fiume si abbassavano in corrispondenza di un punto dove confluivano tanti sentieri, vicino al quale era costruito un ponte di legno “Quello è il guado del fiume, il confine della nostra città. Dall’altra parte ci sono quelli” disse Decio con disprezzo. “Quelli chi?”, domandò Katy curiosa “Ma loro, gli Etruschi, chi altri se no? Come puoi non sapere chi sono i padroni di Roma!” rispose il ragazzo con foga “sono ormai troppi anni che ci comandano e ci opprimono, facendoci quello che gli pare, trattandoci come servi o anche peggio! Taci, adesso, siamo arrivati” disse Decio fermandosi davanti ad un carretto scalcinato in riva al fiume, sotto un albero di fico alla cui ombra sedeva un individuo grosso e dall’aspetto poco raccomandabile, con una cicatrice che gli chiudeva l’occhio destro, la barba ispida e gli abiti logori e maleodoranti; dalla cintura pendeva un lungo coltello acuminato dalla lama arrugginita e scheggiata in più punti. Davanti a lui cinque o sei ragazzini attendevano in piedi. “Guarda guarda, il grande Decio si è degnato di raggiungerci” tuonò l’omaccione con un ghigno sarcastico nella voce “e cosa ci porta di buono il principe dei ladruncoli di Roma? Sarà meglio che sia qualcosa di valore, altrimenti questa sera gli Invisibili rimarranno a bocca asciutta” concluse il furfante mettendosi a ridere in modo sguaiato. “Tieni”, disse Decio gettando in terra la borsa ai piedi dell’energumeno “sono certo che non rimarrai deluso”. Il losco individuo la raccolse esaminando il contenuto con sguardo sempre più interessato “Non male, tutto qui?” disse alla fine “questo vale a malapena un paio di focacce di segale”, “Un momento, c’è anche questo!” disse tutto d’un fiato Katy mostrando il bracciale che Decio le aveva dato poco prima “E tu chi sei? Non ti ho mai visto prima” tuonò l’omone diffidente “Lei è a posto, sta con me” intervenne Decio. “Ma bene! C’è una nuova ladruncola in città, dunque” rise scompostamente il lestofante “ed è anche dotata, grazie a questo bracciale vi siete guadagnati anche una forma di formaggio di capra. Stasera potrete banchettare! E ora smammate, prima che le guardie sospettino qualcosa. Ci vediamo qui tra sette giorni, come al solito”. A quelle parole Decio, Katy e gli altri ragazzini si mossero risalendo la riva allontanandosi dal fiume verso oriente. Per lungo tempo camminarono tutti in silenzio, Katy si guardava intorno cercando di far combaciare con quella realtà quello che aveva visto di persona e studiato su Roma antica. Certo, si faceva fatica a riconoscere in quel paesaggio ancora così campestre non tanto la città moderna del 2000 ma anche soltanto la città imperiale ricca di tutti quei monumenti sopravvissuti per tanti secoli. Dopo quasi un’ora di cammino la banda di ragazzini si fermò in un luogo appartato, dove quattro mura in rovina fornivano un incerto riparo al bordo di una valletta attraversata da un fiumiciattolo; il sole stava per tramontare, Katy sollevando lo sguardo riconobbe i colli di Roma che la circondavano “Esquilino, Celio, di fronte sicuramente il Palatino: incredibile! In questa valletta tra quasi 600 anni verrà costruito il Colosseo”, disse tra sé la ragazzina “Ehi, nuova! Vieni a riscaldarti qui al fuoco, le notti sono molto umide da queste parti” disse una voce proveniente dall’interno delle rovine. Katy si diresse verso la luce tremolante delle fiamme e raggiunse il bivacco, dove l’attendevano circa una ventina di persone, tutti ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. Come entrò nel cerchio di luce, gli occhi di tutti si girarono verso di lei: erano occhi stanchi, provati dalla giornata e da quel tipo di vita: occhi grandi di bambino privi però della luce che avrebbero dovuto avere “Poveri ragazzi” pensò Katy “certo che noi bambini siamo sempre stati quelli che hanno sofferto di più durante tutta la storia! Come sono fortunata a vivere nel mio tempo, in una società che finalmente rispetta i bambini e ne riconosce i diritti”. “Grazie a te, nuova, oggi abbiamo fatto una buona cena. Ti siamo riconoscenti” disse uno dei ragazzi seduti intorno al fuoco “Oh, beh, dovete ringraziare Decio è lui che mi ha condotto da voi” rispose Katy arrossendo e guardando Decio di nascosto, che le restituì lo sguardo con un sorriso “Non ringraziarmi, nuova, sin da quando ti ho vista ho sentito che eri speciale e sono certo che non mi pentirò di averti aiutata. Ora dormiamo tutti, che domani sarà un altro lungo giorno!” e dicendo queste parole, Decio si stese per terra avvolgendosi in un liso mantello e subito prese sonno; Katy sopraffatta dalle emozioni appoggiò la schiena ad un frammento di colonna accanto al fuoco e rimase ad osservar le stelle sino a quando anche per lei non divenne notte fonda e si addormentò. Nei giorni seguenti Katy seguì Gli Invisibili nei loro spostamenti, condividendone la dura vita ed imparando a conoscere quel popolo romano di cui tanto aveva letto a scuola. Un giorno, durante uno dei loro soliti vagabondaggi, la banda si era fermata a riposarsi un poco in un angolo della piazza del mercato, lì vicino al fiume, ad aspettare Decio che gli aveva dato appuntamento lì. I ragazzi si erano lasciati cadere a terra, stanchi nell’anima come nel corpo. Katy in seguito non seppe dire il perché, ma d’un tratto si ritrovò in piedi con le mani sui fianchi ad apostrofare duramente i sui nuovi compagni “Ma insomma” disse ad alta voce Katy “proprio non riuscite a fare altro che accontentarvi di qualcosa da rubacchiare o elemosinare per poi andarvi a nascondere come topi? State lì, un giorno dopo l’altro, senza nessuna ambizione, senza nessuna speranza? Io proprio non riesco a crederci! Ho vissuto con voi aspettando di assistere alla vostra riscossa, perché sapevo che sarebbe arrivata ma non posso credere che tutto ciò che ho studiato era sbagliato. Voi siete un grande popolo, fiero e retto, capace di opporsi alla brutale tirannia. Voi costruirete le prime pagine nella storia della democrazia con le quali ogni cittadino, non importa se ricco o povero, sarà chiamato a partecipare alla vita dello Stato arricchendo la collettività del proprio valore e ingegno.” “Sentite questa ragazzina”, disse all’improvviso una voce adulta tra la folla che si era radunata alle sue spalle assistendo allo sfogo di Katy “sembra quasi di ascoltare il vaticinio di una sibilla! Parla, dunque, ché troppo a lungo abbiamo lasciato covare le tue parole nei nostri cuori senza trovare la forza di farle venir fuori” concluse l’uomo, alto e di bell’aspetto, con una corta barba e una ricca toga avvolta sulla spalla; la folla si faceva indietro in segno di rispetto, lasciandolo passare e qualcuno disse “Guardate, è Lucio Giunio Bruto, fratello del senatore Marco” “Ma chi, quello che si oppose all’incoronazione di Tarquinio ?” disse un’altra voce “Si, proprio lui” rispose una terza. “Parla, ti prego” continuò nel frattempo Bruto rivolto a Katy “rivelaci ancora il nostro destino” e Katy, con una voce che quasi non sembrava più la sua, si sentì dire “Popolo di Roma, ti libererai del vile giogo straniero e costruirai uno Stato che sarà ricordato nella Storia per migliaia di anni”. All’improvviso alte grida interruppero le parole di Katy e la folla si aprì lasciando passare un cocchio militare seguito da una decina di uomini armati sino ai denti. Sul carro, un uomo dallo sguardo duro e violento guardò la folla con evidente disprezzo. All’estremità del carro, legato da una lunga corda, veniva trascinato per terra un essere umano, con la pelle ormai coperta da graffi profondi e sanguinanti. “Decio!” urlò Katy, riconoscendo il ragazzo. “Romani”, tuonò l’uomo sul cocchio “questo ladruncolo ha osato cercare di derubare me, il vostro Re. Una simile arroganza merita un’unica condanna: la morte! E io stesso ho intenzione di porre fine alla sua miserabile vita qui, ora, davanti a tutti voi perché vi sia ben chiaro quale è il posto che dovete avere nel mio regno e quale fato attende chi osa ribellarsi!” E dopo queste parole il re di Roma sollevò la lancia che teneva accanto a sé sul cocchio puntandola contro il corpo inerme di Decio, che si era sollevato sulle ginocchia ed attendeva a capo chino la sua fine. “No!” urlò Katy facendo scudo col suo corpo a quello di Decio “dovrai uccidere anche me!”. “E così sia, allora.” disse Tarquinio il Superbo “cosa contano due miserabili bambini romani! Morite, dunque!” “Fermo, essere empio e sciagurato” disse allora Giunio Bruto “Popolo di Roma, intendi ancora a lungo sopportare questa dominazione straniera priva di rispetto e dignità? Ha forse più coraggio questa ragazza misteriosa di tutti noi messi insieme? Ribelliamoci, cacciamo gli Etruschi e costruiamo uno Stato migliore privo di re!” A quelle parole la folla cominciò a muoversi, stringendo sempre più da vicino il cocchio del re e le sue guardie che cominciarono inesorabilmente ad indietreggiare verso il fiume e il ponte. I soldati agitavano le lance minacciosi, ma presto un sasso cominciò a volare per aria colpendo l’elmo di uno di loro seguito da un altro, e un altro, e un altro ancora sin quando tutti gli Etruschi non furono costretti a darsi alla fuga raggiungendo scompostamente la riva destra del Tevere e scomparendo all’orizzonte. “Evviva” acclamò la folla “Sono scappati, abbiamo vinto”. “Torneranno” disse Giunio Bruto “ma saremo pronti ad accoglierli. Quella di oggi è una grande lezione che non dimenticheremo facilmente. Grazie alle parole e al coraggio di questa ragazza abbiamo conquistato il tesoro più prezioso che esista, la nostra libertà” “Hai visto, nuova, me lo diceva il cuore che eri una ragazza veramente speciale” disse Decio in un sussurro accarezzandole una guancia. Katy appoggiò la sua mano su quella del ragazzo, arrossendo mentre i loro sguardi si incontravano. In quel momento un ben noto formicolio cominciò a spandersi per il corpo della ragazza, che sussurrando a sua volta salutò il ragazzo “Addio Decio, ave atque vale, non ti dimenticherò mai” e proprio mentre il suono della sua ultima parola svaniva il corpo di Katy fu risucchiato all’interno del vortice spazio temporale che la portò lontano …













































uell’acqua>, disse a un tratto una voce. <Chi c’è? Chi ha parlato?>, replicò Arturo ancora spaventato e confuso, guardandosi nervosamente intorno. La voce proveniva da dentro l’acqua, com’era possibile? Lì non c’era nessuno! Poi, guardando più attentamente, Arturo si avvide che dalla superficie sporgevano due grandi occhi, un po’ obliqui, che stavano in fondo a un muso lungo e appiattito e in cima a un corpo robusto e affusolato che terminava in una lunga coda; la pelle verde era coperta di scaglie durissime e denti affilatissimi ornavano la grande bocca. <Un coccodrillo, AIUTO !!!>, strillò Arturo. <Ehi, calmati ragazzino che così ti verrà un colpo. Non ho intenzione di farti male>, disse ancora quella voce profonda, <anzi, sono qui per aiutarti>, aggiunse poi. Arturo rimase, se possibile, ancora più impietrito di quando prima stava affogando. Poi, vedendo che quell’enorme coccodrillo rimaneva ad osservarlo senza tentare in alcun modo di fargli del male, cominciò a rilassarsi e si mise a scrutare meglio quello strano animale. Ora che lo guardava bene, quel coccodrillo aveva qualcosa di strano rispetto a tutti quelli che aveva visto allo zoo o in foto sui libri o in televisione. Sul dorso c’era come una cresta, fatta di anelli e maniglie colorate che frusciavano ed emettevano buffi scricchiolii; sul torace della bestia c’era uno specchio, che rifletteva il cielo e l’acqua, e tante tasche di tutti i colori erano cucite lungo i suoi fianchi; dietro la nuca del grande rettile, poi, Arturo si accorse che se ne stava placida una gallinella bianca, intenta ad osservarlo con i suoi occhietti birichini. <Allora, vieni o no ?>, tuonò la voce del coccodrillo <la riva è lontana>. <Eh, co – cosa?>, balbettò Arturo che ancora non sapeva che pesci pigliare. <Forse che l’acqua ti ha bagnato anche il cervello?>, riprese il coccodrillo <aggrappati a me, che ti riporto a riva. Sbrigati!> <Si, subito. Arrivo!> si affrettò a dire Arturo, temendo che il verde coccodrillo girasse sulla sua enorme coda e se ne andasse lasciandolo lì da solo, in mezzo a tutto quel niente così inquietante. Arturo si lanciò sulla groppa del grande coccodrillo, e vi si aggrappò proprio come si dice che i naufraghi facciano con i relitti e … ma che sorpresa! Quel corpo che sembrava tanto duro e minaccioso solo a guardarlo, si rivelò morbido, e soffice, come un guanto o un cuscino o una calda coperta. Arturo poteva stringerselo al petto e affondarci dentro tutta la faccia, poteva stendercisi sopra e riposarsi. Quel coccodrillo gli fece ricordare quel giocattolo che avevano regalato al cuginetto Luca quando era piccolo che non camminava ancora: quanto gli era piaciuto, e quanto tempo se ne stava lì a giocare facendosi coccolare da quel morbido giocattolone. Perso in questi pensieri e ricordi Arturo non si accorse di essere arrivato a riva sino a che il coccodrillo non lo chiamò, facendolo sobbalzare <Ehi, sognatore, sei di nuovo in salvo adesso. Ma la prossima volta che decidi di volare con la fantasia fallo dove non ti puoi far male>, disse il coccodrillo ad Arturo. <Contaci, amico, lo farò. E grazie di tutto, è stato bello farsi coccolare da te!>. Il grande coccodrillo verde strizzò l’occhio ad Arturo, la gallinella bianca emise un lieve pigolio ed entrambi tornarono ad immergersi nelle acque di quello strano fiume/lago/mare che sembrava, misteriosamente, essere tornato un normalissimo corso d’acqua. Arturo li guardò allontanarsi sereno. Stava cominciando a capire tante cose di quel suo singolare, misterioso e affascinante viaggio che lo portava così lontano, anche se lo faceva sentire tanto vicino…
E là, là per davvero avrebbe visto i suoi animali, il motivo del suo viaggio. << Oh, voglio viaggiare veloce per questa terra, sentire il vento sul viso muovermi i capelli. Voglio lasciarmi la polvere alle spalle e se fossi un uccello voglio vedermi avanzare dritto come una lama di fumo nell’immensa piana. Voglio saltare sassi e rocce, scavare solchi nitidi in sabbia e terra. Voglio che ognun che viva mi guardi come guarda il fulmine cadere, o il treno, o il razzo mentre sfrecciano!! >> Arturo non seppe dire come queste parole gli erano salite per la gola e uscite dalla bocca, con un suono simile ad un magico incantesimo. Fatto sta che non appena le ebbe pronunciate davanti a lui si materializzò una delle cose più belle .. e più fiche.. che avesse mai visto!! Davanti a lui c’era una moto di legno!! Ma non era proprio una moto vera, in realtà era una bicicletta di legno, di quelle senza pedali che adesso andavano tantissimo e ce l’avevano quasi tutti i bambini piccoli di Borgo Tranquillo. Solo che questa era a forma di moto, sembrava proprio una vera moto da cross, uno scrambler!! Ed era dipinta in modo stupendo, che ti faceva venire voglia di sedertici sopra, accendere il motore e dare gas .. e poi, via .. E via fu! Arturo, incantato da un giocattolo tanto bello, ci si era seduto sopra e con la fantasia aveva acceso col piede la moto e dato gas girando la manopola: la bici a forma di moto era partita di colpo ed ora Arturo stava sfrecciando a tutta birra, lasciando una scia di fumo dritta come una spada sollevarsi nell’aria immota della savana africana. Arturo rideva, felice mentre il vento gli scompigliava i capelli. La sua bici a moto era fantastica, i chilometri scorrevano come fossero stati sospiri e laggiù, in lontananza, proprio sul filo dell’orizzonte, si profilava il chiaro luccichio di un fiume che gli prometteva salvezza e ristoro. Arturo ora era certo che nulla sarebbe andato storto: stava per realizzare il suo desiderio!!













