Pubblicato da: giocattoliefavole | 08/01/2012

Le avventure di Katy – quarta puntata

 Questa è la quarta puntata delle Avventure di katy. I bambini della V elementare hanno fatto arrivare la nostra eroina nell’antica roma… e noi, come sempre abbiamo raccolto la loro sfida! Questa puntata non è ancora corredata da disegni, ma speriamo che i bambini ce li mandino presto!

… ma qualcosa non quadrava: si trattava di una arena stracolma di gente che guardava dei giochi assiepata su gradinate di legno che circondavano una pianura lunga e stretta circondata da due lati da colline, con un lato aperto su una stretta valle e con il quarto lato che si affacciava su un largo fiume. La sua prima impressione di trovarsi nel Colosseo era chiaramente sbagliata…ma dove si trovava allora? E in che tempo era capitata?

Katy, ancora stordita dal salto nel tempo, cercava di rispondere a queste domande, sapendo bene che da questo poteva dipendere la sua salvezza. Si guardava intorno con curiosità cercando di venire a capo della questione: tutta la valle era poco edificata, verso il fiume si potevano vedere diversi edifici, i fianchi delle colline erano invece ripidi e contornati da aree boschive. Sulla cima di una delle due colline, Katy poteva vedere numerose strutture che sembravano abitazioni, mentre l’altra collina sembrava essere meno edificata, ma presentava strutture più grandi. In lontananza, alla destra della valle guardando il fiume, Katy si accorse di una terza collina che si innalzava lontana con un grande edificio in costruzione. A Katy sembrava tutto estremamente familiare, ma non riusciva a capire perché…ad un tratto la folla cominciò a gridare “Ecco i carri!” e Katy vide apparire 4 carri trainati da cavalli che si lanciarono in una folle corsa attraverso la lunga valle “Ma certo” esclamò Katy che aveva finalmente capito “Questo non è il Colosseo, sono nel Circo Massimo, e queste due colline sono il Palatino e l’Aventino con i suoi templi… e quella collina laggiù deve essere certamente il Campidoglio con il tempio di Giove! … ma quando sono capitata?” Katy aveva finalmente capito di essere a Roma, nel Circo Massimo, ora doveva capire in che tempo era finita, cominciò a guardarsi intorno cercando di ricordare quello che aveva imparato a scuola: “il circo massimo è circondato da gradinate mobili di legno, non è come quello di età imperiale che ho studiato a scuola!” pensò Katy continuando a guardarsi intorno “Sono finita sicuramente in età repubblicana…se non prima! Il tempio di Giove sul Campidoglio è ancora in costruzione…potrei essere addirittura in età regia…” mentre Katy era persa nei suoi pensieri, all’improvviso la folla esplose in un boato di applausi e grida e una voce, a stento udibile da dove Katy si trovava, proclamò: “La quadriga di Mario Quirino vince oggi la corsa in onore del nostro grande sovrano Lucio Tarquinio Lucumone, onore al vincitore ed onore al nostro grande re!”.

“Mamma mia!” disse Katy affranta “proprio sotto il regno di Tarquinio il superbo dovevo finire? nell’epoca più nera della storia di Roma regia…non potevo capitare peggio!” “Si che ti può andare peggio” disse un ragazzo che le spuntò da dietro le spalle “ se non ti sbrighi a tornare alla base con qualcosa nel sacco” Katy lo guardò senza sapere cosa dirgli, era un ragazzo un po’ più grande di lei, magro ed alto, vestito di stracci e con il viso sporco ed i capelli arruffati. Il ragazzo era scalzo e portava alla vita una borsa rigonfia con una scucitura su un lato, da cui si riusciva a vedere parte di un bracciale che certamente non doveva essere di proprietà di quel ragazzo. A Katy la situazione sembrò subito chiara: si trattava certamente di un ladruncolo che approfittava della calca dei giochi per alleggerire le borse degli spettatori! “Tu devi essere quella nuova, vedo che ancora non hai preso nulla, se non ti sbrighi questa sera cosa pensi di mangiare?” aggiunse il ragazzo e, guardando Katy con compassione, “vabbè – disse- per oggi ti aiuto io, tanto a me è andata bene, tieni questo” e parlando le porse il bracciale che Katy aveva già visto. “Ma cosa devo farne di questo?” chiese Katy perplessa “ma venderlo giù al mercato sul Tevere per guadagnare la cena per te e per quelli di noi che oggi stanno male e non possono lavorare!” rispose il ragazzo “certo che sei proprio strana, sembra quasi tu venga da un altro mondo.. Su, adesso sbrigati. Stammi dietro, se ci riesci” concluse il ragazzo, che cominciò a muoversi svelto tra la folla che ora lasciava la grande arena sparpagliandosi. “Aspetta, non lasciarmi indietro vengo con te!” gridò Katy raggiungendolo “Come ti chiami? E dove stiamo andando adesso?” chiese la ragazza mentre tentava di tenere il lungo passo del giovane attraverso strade di terra battuta “Io sono Decio dei Ramni, della tribù Fabia. La mia famiglia è originaria dell’Esquilino, ma con le nuove leggi di questi re stranieri a gente come noi non è più consentito mantenere l’appellativo originario” “Che intendi dire?” domandò Katy “Che se sei povero, senza soldi o terre, non conti nulla a Roma e ti devi arrangiare con le tue sole forze! Proprio come facciamo io e i miei amici”, replicò il ragazzo con amarezza nella voce “I tuoi amici?” domandò ancora Katy “Si, noi ci facciamo chiamare Gli Invisibili”, disse ancora il ragazzo “perché questo siamo per tutti: i nostri genitori sono stati fatti prigionieri o sono servi e quindi nessuno si cura di noi, a nessuno interessa di noi o della nostra vita e allora abbiamo deciso che avremmo vissuto in modo invisibile, arrangiandoci, vivendo ogni giorno come se non ce ne dovessero essere altri. E adesso basta parlare, siamo arrivati al mercato sul fiume: è ora di concludere qualche affare!”. I due erano giunti ad un vasto slargo in terra battuta, proprio a ridosso della sponda sinistra di quel grande fiume che adesso Katy sapeva essere il Tevere, il principale fiume di Roma, anche se non era come lei l’aveva visto quando era andata in gita con la scuola: non c’erano muraglioni o argini ma sponde altissime e scoscese ricoperte da una fittissima vegetazione e l’acqua scorreva vorticosa, e soprattutto era incredibilmente azzurra e non verdastra come se lo ricordava. Le sponde del fiume si abbassavano in corrispondenza di un punto dove confluivano tanti sentieri, vicino al quale era costruito un ponte di legno “Quello è il guado del fiume, il confine della nostra città. Dall’altra parte ci sono quelli” disse Decio con disprezzo. “Quelli chi?”, domandò Katy curiosa “Ma loro, gli Etruschi, chi altri se no? Come puoi non sapere chi sono i padroni di Roma!” rispose il ragazzo con foga “sono ormai troppi anni che ci comandano e ci opprimono, facendoci quello che gli pare, trattandoci come servi o anche peggio! Taci, adesso, siamo arrivati” disse Decio fermandosi davanti ad un carretto scalcinato in riva al fiume, sotto un albero di fico alla cui ombra sedeva un individuo grosso e dall’aspetto poco raccomandabile, con una cicatrice che gli chiudeva l’occhio destro, la barba ispida e gli abiti logori e maleodoranti; dalla cintura pendeva un lungo coltello acuminato dalla lama arrugginita e scheggiata in più punti. Davanti a lui cinque o sei ragazzini attendevano in piedi. “Guarda guarda, il grande Decio si è degnato di raggiungerci” tuonò l’omaccione con un ghigno sarcastico nella voce “e cosa ci porta di buono il principe dei ladruncoli di Roma? Sarà meglio che sia qualcosa di valore, altrimenti questa sera gli Invisibili rimarranno a bocca asciutta” concluse il furfante mettendosi a ridere in modo sguaiato. “Tieni”, disse Decio gettando in terra la borsa ai piedi dell’energumeno “sono certo che non rimarrai deluso”. Il losco individuo la raccolse esaminando il contenuto con sguardo sempre più interessato “Non male, tutto qui?” disse alla fine “questo vale a malapena un paio di focacce di segale”, “Un momento, c’è anche questo!” disse tutto d’un fiato Katy mostrando il bracciale che Decio le aveva dato poco prima “E tu chi sei? Non ti ho mai visto prima” tuonò l’omone diffidente “Lei è a posto, sta con me” intervenne Decio. “Ma bene! C’è una nuova ladruncola in città, dunque” rise scompostamente il lestofante “ed è anche dotata, grazie a questo bracciale vi siete guadagnati anche una forma di formaggio di capra. Stasera potrete banchettare! E ora smammate, prima che le guardie sospettino qualcosa. Ci vediamo qui tra sette giorni, come al solito”. A quelle parole Decio, Katy e gli altri ragazzini si mossero risalendo la riva allontanandosi dal fiume verso oriente. Per lungo tempo camminarono tutti in silenzio, Katy si guardava intorno cercando di far combaciare con quella realtà quello che aveva visto di persona e studiato su Roma antica. Certo, si faceva fatica a riconoscere in quel paesaggio ancora così campestre non tanto la città moderna del 2000 ma anche soltanto la città imperiale ricca di tutti quei monumenti sopravvissuti per tanti secoli. Dopo quasi un’ora di cammino la banda di ragazzini si fermò in un luogo appartato, dove quattro mura in rovina fornivano un incerto riparo al bordo di una valletta attraversata da un fiumiciattolo; il sole stava per tramontare, Katy sollevando lo sguardo riconobbe i colli di Roma che la circondavano “Esquilino, Celio, di fronte sicuramente il Palatino: incredibile! In questa valletta tra quasi 600 anni verrà costruito il Colosseo”, disse tra sé la ragazzina “Ehi, nuova! Vieni a riscaldarti qui al fuoco, le notti sono molto umide da queste parti” disse una voce proveniente dall’interno delle rovine. Katy si diresse verso la luce tremolante delle fiamme e raggiunse il bivacco, dove l’attendevano circa una ventina di persone, tutti ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 8 e i 15 anni. Come entrò nel cerchio di luce, gli occhi di tutti si girarono verso di lei: erano occhi stanchi, provati dalla giornata e da quel tipo di vita: occhi grandi di bambino privi però della luce che avrebbero dovuto avere “Poveri ragazzi” pensò Katy “certo che noi bambini siamo sempre stati quelli che hanno sofferto di più durante tutta la storia! Come sono fortunata a vivere nel mio tempo, in una società che finalmente rispetta i bambini e ne riconosce i diritti”. “Grazie a te, nuova, oggi abbiamo fatto una buona cena. Ti siamo riconoscenti” disse uno dei ragazzi seduti intorno al fuoco “Oh, beh, dovete ringraziare Decio è lui che mi ha condotto da voi” rispose Katy arrossendo e guardando Decio di nascosto, che le restituì lo sguardo con un sorriso “Non ringraziarmi, nuova, sin da quando ti ho vista ho sentito che eri speciale e sono certo che non mi pentirò di averti aiutata. Ora dormiamo tutti, che domani sarà un altro lungo giorno!” e dicendo queste parole, Decio si stese per terra avvolgendosi in un liso mantello e subito prese sonno; Katy sopraffatta dalle emozioni appoggiò la schiena ad un frammento di colonna accanto al fuoco e rimase ad osservar le stelle sino a quando anche per lei non divenne notte fonda e si addormentò. Nei giorni seguenti Katy seguì Gli Invisibili nei loro spostamenti, condividendone la dura vita ed imparando a conoscere quel popolo romano di cui tanto aveva letto a scuola. Un giorno, durante uno dei loro soliti vagabondaggi, la banda si era fermata a riposarsi un poco in un angolo della piazza del mercato, lì vicino al fiume, ad aspettare Decio che gli aveva dato appuntamento lì. I ragazzi si erano lasciati cadere a terra, stanchi nell’anima come nel corpo. Katy in seguito non seppe dire il perché, ma d’un tratto si ritrovò in piedi con le mani sui fianchi ad apostrofare duramente i sui nuovi compagni “Ma insomma” disse ad alta voce Katy “proprio non riuscite a fare altro che accontentarvi di qualcosa da rubacchiare o elemosinare per poi andarvi a nascondere come topi? State lì, un giorno dopo l’altro, senza nessuna ambizione, senza nessuna speranza? Io proprio non riesco a crederci! Ho vissuto con voi aspettando di assistere alla vostra riscossa, perché sapevo che sarebbe arrivata ma non posso credere che tutto ciò che ho studiato era sbagliato. Voi siete un grande popolo, fiero e retto, capace di opporsi alla brutale tirannia. Voi costruirete le prime pagine nella storia della democrazia con le quali ogni cittadino, non importa se ricco o povero, sarà chiamato a partecipare alla vita dello Stato arricchendo la collettività del proprio valore e ingegno.” “Sentite questa ragazzina”, disse all’improvviso una voce adulta tra la folla che si era radunata alle sue spalle assistendo allo sfogo di Katy “sembra quasi di ascoltare il vaticinio di una sibilla! Parla, dunque, ché troppo a lungo abbiamo lasciato covare le tue parole nei nostri cuori senza trovare la forza di farle venir fuori” concluse l’uomo, alto e di bell’aspetto, con una corta barba e una ricca toga avvolta sulla spalla; la folla si faceva indietro in segno di rispetto, lasciandolo passare e qualcuno disse “Guardate, è Lucio Giunio Bruto, fratello del senatore Marco” “Ma chi, quello che si oppose all’incoronazione di Tarquinio ?” disse un’altra voce “Si, proprio lui” rispose una terza. “Parla, ti prego” continuò nel frattempo Bruto rivolto a Katy “rivelaci ancora il nostro destino” e Katy, con una voce che quasi non sembrava più la sua, si sentì dire “Popolo di Roma, ti libererai del vile giogo straniero e costruirai uno Stato che sarà ricordato nella Storia per migliaia di anni”. All’improvviso alte grida interruppero le parole di Katy e la folla si aprì lasciando passare un cocchio militare seguito da una decina di uomini armati sino ai denti. Sul carro, un uomo dallo sguardo duro e violento guardò la folla con evidente disprezzo. All’estremità del carro, legato da una lunga corda, veniva trascinato per terra un essere umano, con la pelle ormai coperta da graffi profondi e sanguinanti. “Decio!” urlò Katy, riconoscendo il ragazzo. “Romani”, tuonò l’uomo sul cocchio “questo ladruncolo ha osato cercare di derubare me, il vostro Re. Una simile arroganza merita un’unica condanna: la morte! E io stesso ho intenzione di porre fine alla sua miserabile vita qui, ora, davanti a tutti voi perché vi sia ben chiaro quale è il posto che dovete avere nel mio regno e quale fato attende chi osa ribellarsi!” E dopo queste parole il re di Roma sollevò la lancia che teneva accanto a sé sul cocchio puntandola contro il corpo inerme di Decio, che si era sollevato sulle ginocchia ed attendeva a capo chino la sua fine. “No!” urlò Katy facendo scudo col suo corpo a quello di Decio “dovrai uccidere anche me!”. “E così sia, allora.” disse Tarquinio il Superbo “cosa contano due miserabili bambini romani! Morite, dunque!” “Fermo, essere empio e sciagurato” disse allora Giunio Bruto “Popolo di Roma, intendi ancora a lungo sopportare questa dominazione straniera priva di rispetto e dignità? Ha forse più coraggio questa ragazza misteriosa di tutti noi messi insieme? Ribelliamoci, cacciamo gli Etruschi e costruiamo uno Stato migliore privo di re!” A quelle parole la folla cominciò a muoversi, stringendo sempre più da vicino il cocchio del re e le sue guardie che cominciarono inesorabilmente ad indietreggiare verso il fiume e il ponte. I soldati agitavano le lance minacciosi, ma presto un sasso cominciò a volare per aria colpendo l’elmo di uno di loro seguito da un altro, e un altro, e un altro ancora sin quando tutti gli Etruschi non furono costretti a darsi alla fuga raggiungendo scompostamente la riva destra del Tevere e scomparendo all’orizzonte. “Evviva” acclamò la folla “Sono scappati, abbiamo vinto”. “Torneranno” disse Giunio Bruto “ma saremo pronti ad accoglierli. Quella di oggi è una grande lezione che non dimenticheremo facilmente. Grazie alle parole e al coraggio di questa ragazza abbiamo conquistato il tesoro più prezioso che esista, la nostra libertà” “Hai visto, nuova, me lo diceva il cuore che eri una ragazza veramente speciale” disse Decio in un sussurro accarezzandole una guancia. Katy appoggiò la sua mano su quella del ragazzo, arrossendo mentre i loro sguardi si incontravano. In quel momento un ben noto formicolio cominciò a spandersi per il corpo della ragazza, che sussurrando a sua volta salutò il ragazzo “Addio Decio, ave atque vale, non ti dimenticherò mai” e proprio mentre il suono della sua ultima parola svaniva il corpo di Katy fu risucchiato all’interno del vortice spazio temporale che la portò lontano …

Pubblicato da: giocattoliefavole | 19/12/2011

Le avventure di Katy – terza puntata

Ed ecco la terza puntata delle “Avventure di Katy” scritta dagli alunni della V elementare della scuola primaria paritaria “San Giuseppe” di Macerata…

TERZA PUNTATA

 

Katy si sentì afferrare per le braccia da due soldati vestiti con armature dorate e col viso abbronzatissimo. Quegli uomini la portarono in una reggia enorme, tutta di marmo e d’oro. Davanti alla reggia c’erano prati verdissimi, così estesi che sembrava non finissero mai..I prati erano ricchissimi di fontane e statue. 

  

La più grande di tutte era la statua di Alessandro Magno a cavallo.

 

 

Katy rimase a bocca aperta al vedere quel palazzo gigantesco e quegli arredi strepitosi.

Le guardie la portarono al cospetto di un uomo. Era alto, possente e fiero. Si trattava del grande Alessandro Magno in persona! Il cuore della bambina batteva all’impazzata! Egli si alzò dal trono e disse con voce tonante: “ Chi è colei che è entrata nel mio palazzo?”

“Non lo sappiamo!” risposero le guardie “L’abbiamo catturata nella zona segreta dell’accampamento militare”.

“Arrestatela subito!” gridò Alessandro “Di certo è una spia! Ah quei persiani! Credevano di farmela mandando una ragazzina…”

Ai due lati del grande salone c’erano molti soldati. Tra questi, il vice generale Leòn si avvicinò ad Alessandro e disse: “Ma è solo una bambina, cosa può fare di male? Propongo una soluzione: mia figlia Berenìka da mesi non parla più con nessuno ed io sono molto preoccupato per lei. Se questa straniera riuscirà a farla parlare e sorridere di nuovo la libereremo, altrimenti….” Katy tremò e si fece pallida in viso ma non osava fare domande. Era semplicemente pietrificata dalla paura!

“Mmmh.. E va bene Leòn, è deciso! Guardie, portate la straniera a casa del vice generale!”.

La poveretta fu trascinata in un altro gigantesco palazzo. Dopo aver camminato per decine di corridoi le guardie, pronunciando qualcosa di incomprensibile, la spinsero dentro alla stanza di Berenika e se ne andarono. Era molto grande e tutta di legno. L’armadio era alto e ricco di intarsi, mentre il letto era bassissimo. Al centro della stanza c’era un enorme tappeto di lana.

 

 

In fondo alla stanza c’era una bambina molto graziosa: aveva lunghi capelli neri, pelle olivastra ed una lunga tunica arancione. Lo sguardò però sembrava essere spento. Katy provò a salutarla dicendo : “ Hola!”.

Ma Berenika, rossa di rabbia, iniziò a tirale tutti gli oggetti che aveva sotto mano gridando: “Vattene sciocca bambina e torna da dove sei venuta! Non ti voglio qui!!”.

Katy, col respiro affannato e le gambe tremanti per la paura, si accovacciò subito dietro al letto. Mentre pensava ad un modo per uscire viva da quella situazione, la sua attenzione fu attirata da alcuni fogli di papiro che Berenika le aveva tirato. Si trattava per lo più di autoritratti fatti dalla stessa bambina che la raffiguravano sempre sola, immersa nel buio, in mezzo ad una tempesta, o in lacrime…Lì capì qual’era il problema: la poverina soffriva di solitudine. Ad un tratto Berenika scoppiò a piangere.

Katy rifletteva su sè stessa. Anche lei a scuola non parlava mai con i compagni, ma nessuno si era mai preoccupato di avvicinarsi a lei e chiederle perchè. Si limitavano tutti a dire che era amorfa e la prendevano in giro. Per questo Katy tornava a casa sempre molto triste. “Non voglio che quello che è successo a me accada anche a questa bambina. Avrà su per giù la mia età e sembra molto sola”. Katy vinse la sua timidezza, fece un grande sospiro e si avvicinò a lei dicendole: “Ciao! Io sono Katy, neppure io ho tanti amici.. Vuoi essere mia amica?”.

Berenìka la fissò con i suoi occhini neri. Era rimasta colpita dal coraggio della bambina e così decise di conoscela meglio. Le due chiacchierarono a lungo. Dopo un po’ Berenìka disse:

“Che modo strano hai di parlare, e che razza di vestiti indossi? Vieni, andiamo a cambiarci!”.

Poi tirò fuori dall’armadio una tunica azzurra, una cinta e dei sandaletti di legno.

Dopo essersi cambiata Katy si voltò. In un angolo della stanza c’erano decine di giochi: buffi cavalli a dondolo, graziose bambole di stoffa e di terracotta, trottole colorate e tanti altri ancora.

“Quanti giochi!” esclamò Katy.

“Non li uso quasi mai.. A che serve avere tanti giochi se sei sempre sola..” Sospirò Berenika.

“Come da sola?”

“Si, noi bambine nn possiamo nè uscire nè andare a scuola non lo sapevi? Ma soprattutto sono arrabbiata con mio padre!”

“Perchè?”

“Da quando c’è questo Alessandro Magno sta sempre in guerra e sparisce per giorni. Quando torna è troppo stanco per raccontarmi le sue avventure così mangia e se ne va a letto. Nei giorni liberi si allena e basta. Non sta mai con me…” Mentre parlava a Berenìka uscì una lacrima. Fece una sospiro poi aggiunse: “E pensare che io sono un appassionata di guerra e vorrei chiedergli tante cose. Lo vedo solo di nascosto dal buco….vuoi vedere??”

“Dal buco??” chiese Katy.

“ È fantastico aspetta e vedrai!”

Berenìka prese Katy per mano e le fece fare decine di corridoi e passaggi segreti..Sembrava di essere in un film. Alla fine arrivarono in una specie di “ripostiglio” pieno pieno di armi da guerra appese alle pareti. “Guarda” disse Berenìka indicando una crepa nel muro. Katy si avvicinò e…non poteva credere ai suoi occhi! Fuori di lì c’era un cortile molto grande con decine di soldati che si allenavano scontrandosi ferocemente con asce cangenti, sarisse, spade e scudi. Indossavano bellissime armature di bronzo e grandi elmi aperti all’altezza deli occhi e della bocca.

 

 

“Sembra di essere nel mio libro di storia!” Gridò Katy entusiasta.

“Ssssh! Ci sentiranno!”sussurrò Berenìka.

“Ehi!”disse una voce cupa di un servo” “Che ci fate qui? Berenìka mi meraviglio di te! Andiamo immediatamente dal padrone, ci penserà lui a sistemarvi!”.

“Che sta succedendo?” a parlare era proprio il vice generale Leòn che, sentendo dei rumori, era entrato: “Ragazze, ma cosa state facendo?”.

Berenìka cercò di dire qualcosa: “Io..Io..Cioè noi…Niente..”. Poi si bloccò come sempre e non riuscì più a parlare.

A quel punto Katy si fece coraggio, strinse i pugni, avanzò di un passo, alzò lentamente lo sguardo e disse con voce decisa: “Sa signore, siamo venute qui perchè Berenika ama vederla combattere. Le

vuole tanto bene e vorrebbe trascorrere più tempo con il suo papà… Solo che lei è troppo occupato per accorgersene..”.

Leòn corrugò la fronte e ed aggrottò le sopracciglia. Poi si rivolse alla figlia dicendo: “Ma..ma..Berenìka, è vero quello che dice Katy?”. Ci furono alcuni istanti di silenzio che sembrarono interminabili. Poi Berenìka scoppiò a piangere ed annuì con la testa. Il papà guardò la figlia commosso. Le tese le braccia col volto pieno di gioia sussurrando: “Perdonami figlia mia!D’ora in poi il tuo papà resterà sempre con te”.

 

 

Poi non ci furono più parole, solo un lunghissimo abbraccio che da solo diceva tutto.

In quell’istante il cielo divenne buio all’improvviso, ci furono scintille e tuoni e Katy si ritrovò nel vortice del libro.

 

 

Dopo innumerevoli giravolte svenne. Aprì gli occhi dopo un po’ e si ritrovò nel bel mezzo di un’arena stracolma di gente. Si strofinò gli occhi e rimase senza fiato….Quasi quasi le sembrava d’essere nel Colosseo…

 

Continua…..

 

Pubblicato da: giocattoliefavole | 13/11/2011

Le avventure di Katy – Seconda puntata

Questa è la seconda puntata delle avventure di Katy, scritta da noi ed illustrata dai bambini della V elementare della scuola primaria paritaria “San Giuseppe” di Macerata

… <Ti senti bene?> disse una voce che sembrava venire da molto lontano <Per poco non mi sei caduta addosso, imbranata!>, aggiunse un’altra , <Ma chi è?> apostrofò una terza. Katy provò ad aprire gli occhi, ma c’era troppa luce e faceva davvero troppo, troppo caldo. Il sole alto nel cielo era come un faro potente puntato contro di lei e contro la sua testa che adesso cominciava a farle male. Sentiva le vene pulsare veloci ai lati delle tempie facendo un rumore sordo e continuo come quello di un tamburo che chiamava a raccolta. <Alzati, svelta, non senti che ci stanno chiamando?> disse una quarta voce cui si aggiunse un braccio che l’aiutò a sollevarsi dalla sabbia. <Sabbia?> pensò Katy mentre istintivamente fece il gesto di passarsi le mani addosso per spazzolarsi gli abiti dopo la caduta <Ma..ma dove sono i miei vestiti?> disse ad alta voce sentendo il contatto delle sue mani con la pelle nuda. Addosso, infatti, non aveva più il suo bel pigiama morbido che indossava poco prima, ma un pezzo di tela quasi informe con solo due buchi per le braccia ed uno per la testa, stretto in vita da una cintura. Anche i suoi piedi erano nudi, ed affondavano le dita nella sabbia. Sgomenta, Katy alzò lo sguardo e ciò che vide la lasciò senza parole: intorno a sé migliaia di persone si stavano accalcando al richiamo di un grande tamburo suonato in cima ad una grande duna.  Ovunque guardasse Katy non vedeva altro che sabbia a non finire, come un immenso mare privo di acqua e bruciato dal sole, un mare che si stendeva sino all’orizzonte e si infrangeva davanti alle alte colline, di sabbia anch’esse, al centro delle quali si ergeva la duna maestosa dove tutta quella gente si stava affrettando. Senza sapere perché Katy si mosse istintivamente seguendo la scia delle persone, dirigendosi con loro verso il luogo dell’adunata. <Arrivano i contadini! Stanno arrivando i contadini dal Nilo!!> gridavano intanto quelli accanto a lei <Eccoli, sono tantissimi> esclamò qualcuno <Finalmente, così il nostro lavoro si alleggerirà un po’> disse qualcun’altro.

Katy si sentì afferrare per il braccio , un ragazzo dalla pelle scura, i capelli ricci e dei grandi occhi neri la stava trascinando a grandi passi verso un gruppo di bambini che era rimasto alla base della duna <Ora che il Nilo ha straripato ed il faraone ha mandato i contadini a lavorare con noi alle piramidi, per  gli operai il lavoro si alleggerirà di certo> disse < è per noi che si mette male, il nostro lavoro diventerà un inferno adesso! Forza ragazzi, dobbiamo organizzarci> aggiunse rivolto ai bambini che lo stavano aspettando, e poi, guardando Katy con diffidenza le chiese: <e tu chi sei? E’ il tuo primo giorno di lavoro?> <Lavoro?> chiese Katy incredula <ma siamo solo bambini!> <Ma la sentite la principessa?> disse sprezzante il ragazzo <e secondo te i bambini cosa dovrebbero fare?  Anche noi dobbiamo mangiare, ed il pane non si da gratis a nessuno qui!> <Ma che dobbiamo fare?> chiese Katy < Ma da dove vieni? Il sole ti ha fritto il cervello? Non vedi dove siamo?> Le disse il ragazzo afferrandola per le spalle e facendola girare su se stessa fino a farle guardare il panorama dietro di lei.

 A Katy si mozzò il respiro: una enorme piramide si ergeva imponente davanti a lei e, a fianco, un enorme cantiere brulicante di operai intenti alla costruzione di una seconda piramide.

<Stiamo costruendo la piramide del grande Chefren , come i nostri padri hanno costruito la piramide di Cheope, i grandi lavorano e noi ci occupiamo delle staffette per trasmettere gli ordini ed i messaggi> disse il ragazzo. Katy, non sapendo che fare, né come tornare a casa, decise di assecondare il ragazzo che le parlava <scusa, hai ragione, il sole mi ha un po’ frastornato ed oggi è il mio primo giorno di lavoro! Ti dispiace dirmi cosa devo fare?> <Certo, sono qui per questo, io sono Aziz ed il mio compito è di coordinare tutti questi bambini e far sì che portino i messaggi rapidamente nei punti più importanti del cantiere> <E come fate?> chiese Katy, pentendosi subito dell’ingenuità della sua domanda <ma correndo sotto il sole da una parte all’altra> rispose il Aziz, <e ti dico che hai scelto un brutto giorno per cominciare, quando arrivano i contadini il lavoro diventa molto più duro, non facciamo che correre come matti per tutto il cantiere senza fermarci un momento!>  aggiunse sconsolato <Perchè?> chiese Katy <Zuccona-rispose Aziz-noi portiamo messaggi, più persone ci sono nel cantiere, e più messaggi dobbiamo trasportare, forza, come primo giorno di lavoro correrai insieme a me- e poi, rivolto agli altri bambini- Avanti, tutti ai propri posti!> Tutti i bambini si sparpagliarono per il cantiere e Katy seguì Aziz verso il suo primo giorno di lavoro. …

 La giornata sembrava non dovesse mai finire, Katy ed Aziz passarono tutto il tempo a correre sotto il sole, a piedi nudi, tra un lato e l’altro del cantiere portando notizie, ordini, informazioni e ricevendo in cambio solo rimproveri per la loro lentezza. A ora di pranzo Katy aveva i piedi sanguinanti, le gambe doloranti ed il fiato corto. Lei e tutti i bambini si radunarono sotto una tettoia dove avrebbero consumato il loro magro pasto, fatto di un pezzo di focaccia stantia e qualche dattero. Katy era davvero sconsolata, voleva tornare a casa, avrebbe preferito persino tornare a scuola, piuttosto che passare un’altra ora in quel cantiere, a correre sentendosi goffa ed ignorata da tutti, con gli altri bambini che la prendevano in giro per la sua lentezza, senza contare che senza i suoi occhiali Katy non ci vedeva bene, e questo complicava molto le cose con gli altri bambini! Tutto questo pensava Katy mentre mestamente girava tra le mani la ciotola di terracotta che usava per bere e pensava ai giochi che, se fosse stata a scuola, avrebbero fatto i suoi compagni nel cortile dopo pranzo, giochi a cui lei di rado partecipava a causa della sua timidezza e a causa delle prese in giro degli altri bambini, ma che adesso le sembravano decisamente meglio della realtà in cui era piombata senza volerlo. Certo che i bambini dell’antico Egitto erano veramente sfortunati! Katy si guardava intorno e vedeva le loro facce stanche, i vestiti strappati, i piedi nudi e nessuna traccia di sorriso negli occhi o sulle labbra….poveretti, come avrebbe voluto fare qualcosa per loro! Dopotutto lei veniva dal futuro, sapeva cose che loro non avrebbero mai potuto nemmeno immaginare…lei era molto più fortunata di loro, nel suo tempo i bambini erano amati e protetti, andavano a scuola ed imparavano tante cose, non dovevano lavorare e comunque nella loro situazione, i grandi avrebbero usato il telefono per comunicare invece di ammazzare di fatica dei bambini innocenti…ma il telefono lo avrebbero inventato solo dopo migliaia di anni! Il telefono sarebbe stato così comodo…<Il Telefono!> disse Katy ad alta voce <ma certo, io so come costruire un telefono! Del resto tutte le ore passate in biblioteca a qualcosa saranno pur servite, no?> Tutti i bambini egizi la guardavano con occhi stupiti perché Katy era balzata in piedi con uno sguardo intenso e diceva cose che loro non capivano ma Katy sembrava trasformata, non sembrava più la stessa bambina timida e remissiva di prima.

 

<Ascoltatemi tutti – disse ai bambini stupiti- io so come fare per alleggerire il nostro lavoro!> <E come pensi di fare – le chiese Aziz con tono ironico- sai forse far crescere le ali ai piedi?> <Ai piedi no-rispose Katy- ma alla voce si! Ascoltatemi tutti, ecco come faremo: portatemi tutte le ciotole che avete, e mi serve stoffa, tanta stoffa che dovete stracciare ed annodare in lunghi lunghissimi fili, e mi serve un martello ed un chiodo, presto, prima che finisca la pausa!> Katy aveva parlato in tono così autoritario che i bambini non discussero ma si diedero da fare per procurarle tutto quello che lei aveva chiesto. Katy si mise al lavoro ed in poco tempo aveva forato tutte le ciotole e le aveva unite a due a due con lunghi fili. < E adesso – chiese Aziz – che ne facciamo di queste cose?> <Fidati di me-rispose Katy – prendi questa ciotola , vai laggiù al pozzo  mettila all’orecchio e ascoltami> <Ma saranno almeno 500 metri – gemette Aziz – come pensi che io possa sentirti> <non fare domande, vai> Ordinò Katy e, non appena Aziz fu in posizione prese la ciotola collegata all’altra estremità del filo e disse a voce normale <Adesso mi devi un favore> <Tutti i favori che vuoi piccolo genio! La tua invenzione funziona, ti sento benissimo! – disse Aziz attraverso la ciotola- Ora non dobbiamo far altro che disporci ai quattro angoli del cantiere e qualsiasi ordine ci daranno potremo riferirlo in un battibaleno senza dover correre sotto il sole! Adesso lo sperimenteremo, il lavoro sta per cominciare, incrociamo le dita e speriamo bene!>…

Il sole stava tramontando sulla piana di Giza, i bambini si radunavano per la cena come tutte le sere, ma quella sera, a differenza del solito, presso il loro accampamento si sentivano voci festose e piene di gioia, per la prima volta da quando avevano memoria, era scesa la sera e loro non erano distrutti dalla stanchezza! Non solo, ma i grandi li avevano elogiati per la velocità con cui avevano trasmesso i messaggi e avevano ammirato sbalorditi la loro nuova invenzione. Katy se ne stava in disparte, come suo solito, senza partecipare ai festeggiamenti, quando all’improvviso Aziz le si parò davanti seguito da tutti gli altri bambini. Katy d’istinto si ritrasse memore degli scherzi cui era sottoposta a scuola ma Aziz la prese per mano con dolcezza e la portò in mezzo agli altri bambini dicendo queste parole: <Fino ad oggi non ti conoscevamo, ma il tuo arrivo deve essere stato un dono degli Dei, tu hai cambiato in meglio la nostra vita e noi bambini del cantiere non dovremo più ammazzarci di fatica ma potremo tornare ad essere semplicemente dei bambini. A nome di tutti ti dico GRAZIE, GRAZIE  ed ancora GRAZIE!>

Non appena Aziz ebbe pronunciato quelle parole l’aria cominciò a tremolare, i bambini divennero sempre più sfuocati, si creò un vortice intorno a Katy e cominciò a ruotare sempre più forte fino a che non perse conoscenza…

…Quando finalmente tutto si fermò e Katy aprì gli occhi in cuor suo sperava di essere tornata a casa, ma ben presto dovette ricredersi: un paio di mani robuste e sgraziate la afferrarono dicendo <Una spia persiana si è infiltrata nel nostro accampamento, portatela dal grande Alessandro!> …

…continua…

Pubblicato da: giocattoliefavole | 29/10/2011

Le Avventure di Katy. Prima puntata

Questa è la prima puntata di un nuova favola davvero speciale!

In seguito alla collaborazione con la classe IV elementare dell’Istituto San Giuseppe di Macerata, che lo scorso anno ha portato alla pubblicazione dei disegni dei bambini, di comune accordo con le insegnanti abbiamo deciso di scrivere una favola a più mani per un totale di sei puntate scritte alternativamente dai bambini, adesso in V, e da noi…

Quella che segue è la prima puntata scritta ed illustrata dai bambini che stanno imparando l’utilizzo del computer.

Come potrete vedere, la fanatsia dei bambini ha portato le nostra piccola protagonista in viaggio nel tempo…starà a noi, con la prossima puntata raccogliere la sfida e proseguire il viaggio.

 

Gli alunni della Classe V

Scuola Primaria Paritaria “San Giuseppe” di Macerata  

insieme ad  Andrea e Gelsomina

presentano:

Le avventure di Katy

 anno scolastico 2011-2012

 

Questa è la storia di Katy, una bambina di 12 anni che vive a Napoli nel 2011  in una piccola casetta in centro.

 

Vive insieme alle sue due sorelle Luisa e Caterina, ai suoi genitori e al suo cane, un pastore tedesco molto intelligente. Suo padre Giammario è un pilota di macchine da corsa e sta spesso in giro per il mondo.

Ma conosciamola meglio: Katy è magra, ha gli occhi azzurri, grandi e molto espressivi, i capelli  sono lunghi e castani e il viso è simpatico, rotondo e con qualche lentiggine qua e là. Purtroppo deve portare sia gli occhiali che l’apparecchio e a lei questo non piace.

È timida e riservata, ama moltissimo la lettura e il disegno e detesta i formaggi,soprattutto il gorgonzola e il parmigiano.

Il  suo cuore è buono: aiuta sempre chi ha bisogno!

Ad esempio ogni pomeriggio assiste la sua sorellina di 8 anni a fare i compiti nonostante lei sia sempre capricciosa e viziata.

Purtroppo però i suoi compagni di classe non sembrano apprezzarla per quello che è e la prendono spesso in giro per i suoi buffi occhiali “a fondo di bottiglia” e perché é una “secchiona”.

Per questi motivi la povera Katy a scuola sta sempre da sola: preferisce non parlare mai con nessuno per paura di essere ferita e predilige il gioco solitario.

Quando è triste trascorre interi pomeriggi nella biblioteca comunale della sua città. Ormai il bibliotecario la conosce bene perché Katy si presenta lì quasi tutti i giorni. La biblioteca rappresenta per lei una sicurezza, un’isola felice dove può estraniarsi e volare via con la mente in mondi pieni di magia, misteri e creature sconosciute. I suoi libri preferiti sono i libri d’avventura.

 

Una volta arrivò in biblioteca un libro intitolato: “Viaggi, divertimenti, e sorprese…”.

Il bibliotecario disse a Katy: “Tieni Katy, ti regalo questo libro! Ne ho così tanti sui viaggi che non so cosa farmene!” In realtà il bibliotecario non sapeva ciò che aveva tra le mani…

La bambina afferrò quel grande librone: fuori era rosso con i caratteri oro che facevano i riflessi alla luce del sole e sotto al titolo c’era disegnato uno specchio.

 

Aprendolo, Katy si accorse che all’interno era pieno di immagini coloratissime e particolari: paesaggi preistorici, piramidi, villaggi antichi, strane navicelle e molto altro.

La bambina, incuriosita, ringraziò il bibliotecario e portò il libro a casa.

Una sera d’ottobre scoppiò un terribile temporale: c’era molta grandine, i tuoni squarciavano il cielo e gocciolone di pioggia tintinnavano sull’asfalto come piccoli tamburi, producendo un rumore penetrante ed insopportabile.

Katy, un po’ per paura un po’ per curiosità, non riusciva a dormire. Se ne stava da quasi un’ora impalata davanti alla finestra della sua cameretta a fissare il temporale.

 

Ad un tratto si voltò: sul comodino c’era il misterioso libro sui viaggi. Pensò che magari un po’ di lettura l’avrebbe fatta addormentare più in fretta e così lo afferrò.

Appena lo aprì successe qualcosa di moooolto strano: sentì parlare delle persone in una lingua strana e quelle voci provenivano proprio dal libro! Le voci rimbombavano in tutta la stanza e Katy non sapeva se era sveglia o stava sognando!

All’improvviso il libro iniziò a tremare, poi si illuminò, poi cominciò a scintillare e ed infine cadde a terra.

Si aprì una pagina e si creò come una specie di vortice che.. LA RISUCCHIÒ  NEL LIBRO!!!

Katy gridava cercando di scappare con tutte le sue forze ma non ci riuscì.

 

Svenne per un tempo incalcolabile. Poi si svegliò stordita e confusa. All’inizio aveva la vista appannata e non aveva la più pallida idea di dove si trovasse. “Sto sognando? Sono ancora in camera mia? Che diavolo sta succedendo?” diceva tra sé e sé.

Quando finalmente riuscì ad aprire gli occhi vide delle piramidi e delle persone vestite in modo strano……

……..continua………

Pubblicato da: giocattoliefavole | 10/05/2011

Il viaggio di Arturo – settima parte

Col cuore leggero di chi si sveglia in una splendida mattina di sole, Arturo si alzò in piedi e uscì dalla caverna in cui si era riparato. Fuori il giorno era cominciato da un bel pezzo, e l’aria era piena di profumi; la luce faceva risplendere i colori del mondo che lo circondava, come se l’intero creato avesse deciso di rinnovarsi per lui. Il mondo sembrava davvero bellissimo ora che la notte buia era passata, che le paure e i dubbi avevano lasciato il suo cuore; ora che Arturo sapeva cosa fare! <Ho fatto un lungo viaggio cercando di raggiungere i miei desideri>, disse Arturo a se stesso mentre con lo sguardo accarezzava ogni angolo del mondo che vedeva <Senza volerlo, ho vissuto avventure che mi hanno spiegato e fatto capire tante cose. Ora mi sento più grande, più sicuro. Ho voglia di tornare a casa!> E così dicendo Arturo prese a camminare, non conosceva la strada, è vero, ma questa volta conosceva se stesso e sapeva che avrebbe saputo cosa fare. Avanzava ogni passo sulla terra come se fosse un gigante alto tre metri e poteva ammirare tutto quello che lo circondava, vedeva ogni fiore nell’erba, ogni frutto sui rami, ogni animale presente in tutta quella vasta, smisurata terra che stava attraversando. Arturo si inebriava di tutto, sentiva tutto come se facesse parte di lui, rendendolo più forte, rendendolo ancora più grande. <E ora voglio tornare a casa!!> gridò Arturo al vento, e dal vento gli giunse una risposta che faceva più o meno così:  <Salimi a bordo, allora, e tienti forte che si vola!!>. A pronunciare quella frase era stato un aereoplano, anzi per dirla tutta un biplano giocattolo tutto colorato, che atterrò proprio accanto ad Arturo. <Un altro giocattolo! Certo, perché no?>, si disse Arturo <In fondo tutto è cominciato così, e così è giusto che debba finire. Attraverso i giochi ed i sogni si cresce, basta darsi il tempo giusto e lasciar fare alla natura senza forzarne la mano. L’ho capito, e sono pronto. Andiamo!!> gridò Arturo al suo nuovo amico <Portami in alto, però, fammi vedere tutto, ma proprio tutto tutto!> Ed ecco allora che il suo biplano colorato, facendo capriole e avvitamenti per aria, sorvolò tutto l’immenso mondo che era stato creato per Arturo e per tutti gli altri esseri viventi come lui. E Arturo vide. Vide le vette più alte e le spiagge più assolate, vide le acque cristalline dei fiumi e quelle colorate dei mari, vide i colori, tutti i colori possibili di ogni cosa esistente e sentì che ognuno di essi si fondeva con la sua anima, legandosi indissolubilmente dentro di lui. E mentre vedeva, e capiva, Arturo pianse ma di gioia, stavolta, di felicità pura; e mentre piangeva, rideva, e con tutta la forza della sua giovane voce disse al biplano di virare verso la sua casa. E così fu. Il biplano colorato riportò Arturo a casa, sorvolando terre e mari. Quando passarono sopra Macerata, Arturo capì di essere quasi arrivato, Borgo Tranquillo non era molto lontano. Arrivarono che stava quasi albeggiando, i tetti delle case uno scintillio d’oro; fra tutti, Arturo riconobbe quello di casa sua, eccoli lì, proprio lui, e quello era il suo balcone, quella la finestra della sua cameretta: era ancora aperta, come la lasciava sempre il suo papà per far passare l’aria; se solo fosse riuscito a passare da lì .. <Sono o non sono un giocattolo? Non ti preoccupare> disse il biplano colorato rispondendo ai pensieri inespressi di Arturo <Chiudi gli occhi e lascia fare a me!>. E così man mano che la finestra della cameretta si avvicinava, il biplano e Arturo diventavano piccoli, sempre più piccoli, grandi proprio come un giocattolo, quel tanto che serviva per planare attraverso i battenti semiaperti e atterrare tra le lenzuola del lettino. Non appena Arturo toccò il suo materasso, la sveglia cominciò a suonare: erano le 7, ora di alzarsi per andare a scuola! Arturo balzò in piedi e si guardò subito allo specchio: era lui, proprio lui, normale come sempre, con il suo pigiama azzurro preferito. Intorno a lui, nella sua camera, gli oggetti di sempre e tutti i suoi giocattoli sparsi, come al solito, sul pavimento. Di là, per casa, i rumori familiari dei primi movimenti del mattino, tintinnio di tazzine e cucchiaini, odore di caffè, chiacchiere sommesse della mamma e del papà in cucina. Oltre la finestra il sole dava il suo benvenuto ad una giornata che si annunciava strepitosa. Eh, si: era proprio tornato: a casa, dalla sua famiglia, dai suoi amici, nel luogo e nel tempo in cui consapevolmente voleva ora essere e vivere! Arturo sentì di essere immensamente felice!

Fine

Pubblicato da: giocattoliefavole | 21/03/2011

Il viaggio di Arturo – sesta parte

Quando piombò nel sonno, però, ad Arturo sembrò di sprofondare dentro un inchiostro nero e senza fine. Si sentiva come se fosse sospeso in un vuoto fatto di buio, come se stesse galleggiando su di un mare sconfinato senza la luce della luna, nero come la pece, denso come il petrolio. Arturo sapeva che era solo un sogno, ma non riusciva ugualmente a risvegliarsi. Sapeva che tutto ciò che gli stava accadendo non era reale, però il suo cuore cominciava a dubitare e la paura lentamente si stava insinuando nella sua anima facendogli dimenticare chi fosse e dove fosse. La paura portò il dubbio e silenziosamente, ad uno ad uno, tutti i suoi ricordi, tutte le sue certezze, cominciarono a svanire lasciandolo lì, solo, come se fosse nudo e abbandonato sopra una roccia battuta dal vento. Arturo sentiva che stava scivolando verso un baratro senza fondo da cui non sarebbe più riuscito a uscire. Stava perdendo tutto, anche il suo nome che già non ricordava quasi più. Era un bambino, solo un bambino, chi poteva aiutarlo? Chi l’avrebbe aiutato? Nel sogno il bambino che un tempo era stato Arturo pianse, e una singola lacrima scese lungo la guancia e cadde giù, cominciando a roteare lentamente intorno a quel corpo rannicchiato, sospesa in quel vuoto, in quell’assenza. Galleggiando intorno a lui quella singola lacrima prese a illuminarsi, dapprima lentamente e in modo incerto, poi sempre di più, sempre più forte, fino ad assumere il bagliore di una stella. Il bambino che non sapeva più chi fosse si riscosse dalla sua disperazione e si fermò a fissarla, pieno di stupore, colmo di speranza. Ora quella luce, quella stella, stava cominciando a mutare, a riempirsi di forme e di colori, di segni e immagini. Allungando la mano il bambino la prese e la tenne a sé: quella stella mostrava il suo volto, mostrava il suo nome, lui era Arturo, così c’era scritto in modo chiaro e inequivocabile. Arturo. ARTURO. E non era sola quella stella, ce n’erano tante, tante altre, tutte piene di immagini di lui, che ripetevano il suo nome, che gli restituivano la forza della memoria, il potere dei suoi ricordi. Ed ecco che le immagini del viaggio appena vissuto gli tornarono tra le mani, concrete, solide: ecco il trenino e gli animali, la moto e il deserto, il coccodrillo e il lago, e poi altri ricordi di sé come quando aveva ballato l’Hip hop o aveva giocato a basket, altre sue immagini vestito in tanti modi differenti. Era lui. Era tornato finalmente. Arturo aprì gli occhi e si svegliò, quel brutto sogno era finito! Erano stati i suoi amici a salvarlo e a riportarlo indietro, ora Arturo l’aveva capito. Nel momento più cupo i suoi amici erano venuti a trovarlo, e attraverso le loro testimonianze, i ritratti di sé che loro gli avevano donato, Arturo era riuscito a ritrovare la forza di credere in se stesso. E grazie a loro, quella forza non l’avrebbe abbandonato più. Ora Arturo era pronto per ritornare a casa!

 

Questo racconto è dedicato ai ragazzi della Classe IV dell’Istituto San Giuseppe di Macerata e quelli che seguono sono i disegni da loro realizzati. A tutti loro un grazie di cuore da parte di Arturo!!

                                                                                FINE SESTA PARTE

Pubblicato da: giocattoliefavole | 24/02/2011

Il viaggio di Arturo – Quinta Parte

Non appena fu di nuovo solo, Arturo si guardò intorno. Era il crepuscolo, il sole ormai nascosto oltre la linea dell’orizzonte faceva rimbalzare ancora la sua luce contro la volta del cielo, colorando il paesaggio di rosa. Il fiume aveva lasciato Arturo ai piedi di una serie di piccole alture di morbida roccia arenaria, modellate dal vento e dalla pioggia, scavate dall’acqua, scintillanti di mica come se fosse argento agli ultimi bagliori della luce serale. L’aria era immota e intorno regnava solo il silenzio pesante di quando le giornate troppo lunghe stanno per arrivare a conclusione, e si ha la sensazione che tutto sia giusto, che tutto sia esatto, che tutto quanto sia successo abbia avuto un senso e si ha soltanto la voglia di andarsene a dormire con la coscienza a posto, stremati ma soddisfatti. Arturo si sentiva così dopo tante peripezie, con i capelli arruffati e gli abiti stropicciati che gli si erano asciugati addosso, le stringhe di una scarpa slacciate e addosso un profumo che sapeva di mare e di avventure, di vento e di sole, di favole e di sogno. La strada si incuneava tra quelle rocce multiforme dall’aspetto magico e antico, come fossero state modellate da una sapienza profonda e si trovassero lì sin dal Principio dei princìpi. Arturo la seguì col passo leggero di chi non ha pesi da portare né pensieri a gravargli mente e cuore. Tra quelle rocce l’aria era tiepida e piacevole, pur avendo ormai la sera ceduto il posto alle prime ombre della notte. Nel cielo, su in alto, la luna risplendeva come un secondo sole illuminandogli la via. Arturo si sentiva immensamente sereno. Senza sapere bene il perché, quella notte mentre camminava Arturo provò un’intensa sensazione di pace e calma interiore, come se si trovasse nuovamente a casa. A Casa sua. Tra quelle rocce, lì, mentre camminava sotto la luce delle stelle Arturo ricordò le volte che col padre, d’estate, era rimasto col naso all’insù mentre di notte tornavano a casa a piedi attraverso la pineta, dando le spalle al mare; il firmamento lo circondava e lo teneva avvolto, come due mani unite a coppa, facendolo sentire al riparo; anche se, Arturo ora lo capiva, quello che lo faceva realmente sentire al sicuro e gli donava serenità, era la presenza di suo padre vicino a sé, che divideva con lui il buio e le stelle, che divideva con lui strada e cammino: a volte parlando, altre tacendo, a volte dandogli la mano o prendendoselo sulle spalle. La magia di quelle notti non erano le stelle o il mare, la pineta o il buio d’estate, ma quell’essere lì insieme, lungo la strada che portava a casa. Così, pensando e ricordando, Arturo si trovò dentro una piccola grotta scavata dal vento sulla superficie di una di quelle grandi rocce; l’interno era debolmente illuminato dal riflesso della luna che, penetrando da un minuscolo foro sul soffitto, si propagava grazie alla rifrazione di milioni di particelle silicee. Quel posto era così caldo e invitante, e Arturo aveva proprio bisogno di farsi una bella dormita. Non arrivava il vento lì dentro, e poi i ricordi gli avevano fatto venire una gran voglia di casa e in quella grotta c’era così pace che sembrava proprio di essere lì. Arturo si lasciò cadere a terra, sdraiandosi contro una parete dirimpetto all’ingresso così che il suo sguardo poteva continuare a vagare fuori, tra le stelle. Miliardi di luci erano appese alla volta del cielo, Arturo era al caldo, la grotta leggermente illuminata sembrava camera sua con la lucina che mamma gli lasciava sempre accesa. Arturo sorrise, il suo cuore era leggero. Prima il pensiero del papà, ora la mamma: era proprio come se fosse a casa, adesso, e Arturo ora sapeva senza dubbio che presto ci sarebbe tornato per davvero. D’improvviso, nel silenzio della notte un trillo perforò la quiete: era la sveglia dell’orologio da polso di Arturo, e segnalava che quel giorno, proprio ora, era Natale! Arturo l’aveva caricata alla mezzanotte in punto del 24 dicembre per non perdersi neanche un momento dell’arrivo dei regali (non poteva dire Babbo Natale perché ormai era grande e non ci credeva più, anche se l’apparizione dei regali conservava un fascino magico di cui non sapeva spiegarsi e da cui non aveva intenzione di liberarsi). Arturo spense la sveglia, e sorrise ancora di più guardando il meraviglioso cielo stellato sopra di lui e quella grotta, che era ora la sua casa, splendergli tutta intorno. E’ vero, non c’erano giocattoli apparsi misteriosamente in questa storia, non c’erano giocattoli anche se era Natale. Ma Arturo si sentiva felice come non gli accadeva da tempo. Aveva trovato dentro al suo cuore la presenza forte di mamma e papà, e grazie a loro si sentiva come a casa pur essendo così lontano. E anche se non c’erano giocattoli, aveva capito che il regalo più grande lo aveva già nel cuore. E non l’avrebbe lasciato più. <Buon Natale, mamma e papà>, disse Arturo prima di addormentarsi.

FINE QUINTA PARTE

Pubblicato da: giocattoliefavole | 02/01/2011

Il viaggio di Arturo – quarta parte

Arrivato al fiume Arturo si dissetò. In verità, si gettò nell’acqua con tutto se stesso e bevve sino a sentirsi la pancia gonfia come un pallone. Allora ristette, galleggiando ad occhi chiusi, godendosi quella meravigliosa sensazione di fresco, di vita ritrovata. Passato un tempo imprecisato, Arturo cominciò a guardarsi intorno. La corrente, appena percettibile, l’aveva lentamente allontanato dalla riva ed ora si ritrovava nel mezzo di una vasta distesa d’acqua, così grande che non avrebbe saputo dire se si trovava ancora nel fiume oppure in un lago. Le sponde non si vedevano più, per quanto ne sapeva lui Arturo avrebbe anche potuto trovarsi in mezzo al mare. Il cielo era terso, solo qualche nuvola bianca ogni tanto, come in una cartolina. Arturo galleggiava sulla schiena, le braccia e le gambe allargate come gli aveva insegnato suo papà l’estate prima. L’acqua era diventata più fredda, e scura sotto di lui, sembrava davvero molto profonda. Ora Arturo cominciava a preoccuparsi, agitandosi scompostamente. Come era finito lì? Come avrebbe fatto a uscire? Perché si era allontanato da casa? C’erano animali pericolosi in quelle acque? Perché? Perché? <Mammapapà AIUTO!!>, gridò tutto d’un fiato Arturo mentre le lacrime cominciavano ad uscire dai suoi occhi e la disperazione scendeva come un mattone sul suo cuore. La paura gli teneva strette le braccia e gli induriva il corpo intero, facendolo scivolare sempre più giù, sotto la superficie dell’acqua ora agitata dai movimenti convulsi di Arturo in preda al panico. <Ehi, se non ti calmi finirai per berne troppa di quell’acqua>, disse a un tratto una voce. <Chi c’è? Chi ha parlato?>, replicò Arturo ancora spaventato e confuso, guardandosi nervosamente intorno. La voce proveniva da dentro l’acqua, com’era possibile? Lì non c’era nessuno! Poi, guardando più attentamente, Arturo si avvide che dalla superficie sporgevano due grandi occhi, un po’ obliqui, che stavano in fondo a un muso lungo e appiattito e in cima a un corpo robusto e affusolato che terminava in una lunga coda; la pelle verde era coperta di scaglie durissime e denti affilatissimi ornavano la grande bocca. <Un coccodrillo, AIUTO !!!>, strillò Arturo. <Ehi, calmati ragazzino che così ti verrà un colpo. Non ho intenzione di farti male>, disse ancora quella voce profonda, <anzi, sono qui per aiutarti>, aggiunse poi. Arturo rimase, se possibile, ancora più impietrito di quando prima stava affogando. Poi, vedendo che quell’enorme coccodrillo rimaneva ad osservarlo senza tentare in alcun modo di fargli del male, cominciò a rilassarsi e si mise a scrutare meglio quello strano animale. Ora che lo guardava bene, quel coccodrillo aveva qualcosa di strano rispetto a tutti quelli che aveva visto allo zoo o in foto sui libri o in televisione. Sul dorso c’era come una cresta, fatta di anelli e maniglie colorate che frusciavano ed emettevano buffi scricchiolii; sul torace della bestia c’era uno specchio, che rifletteva il cielo e l’acqua, e tante tasche di tutti i colori erano cucite lungo i suoi fianchi; dietro la nuca del grande rettile, poi, Arturo si accorse che se ne stava placida una gallinella bianca, intenta ad osservarlo con i suoi occhietti birichini. <Allora, vieni o no ?>, tuonò la voce del coccodrillo <la riva è lontana>. <Eh, co – cosa?>, balbettò Arturo che ancora non sapeva che pesci pigliare. <Forse che l’acqua ti ha bagnato anche il cervello?>, riprese il coccodrillo <aggrappati a me, che ti riporto a riva. Sbrigati!> <Si, subito. Arrivo!> si affrettò a dire Arturo, temendo che il verde coccodrillo girasse sulla sua enorme coda e se ne andasse lasciandolo lì da solo, in mezzo a tutto quel niente così inquietante. Arturo si lanciò sulla groppa del grande coccodrillo, e vi si aggrappò proprio come si dice che i naufraghi facciano con i relitti e … ma che sorpresa! Quel corpo che sembrava tanto duro e minaccioso solo a guardarlo, si rivelò morbido, e soffice, come un guanto o un cuscino o una calda coperta. Arturo poteva stringerselo al petto e affondarci dentro tutta la faccia, poteva stendercisi sopra e riposarsi. Quel coccodrillo gli fece ricordare quel giocattolo che avevano regalato al cuginetto Luca quando era piccolo che non camminava ancora: quanto gli era piaciuto, e quanto tempo se ne stava lì a giocare facendosi coccolare da quel morbido giocattolone. Perso in questi pensieri e ricordi Arturo non si accorse di essere arrivato a riva sino a che il coccodrillo non lo chiamò, facendolo sobbalzare <Ehi, sognatore, sei di nuovo in salvo adesso. Ma la prossima volta che decidi di volare con la fantasia fallo dove non ti puoi far male>, disse il coccodrillo ad Arturo. <Contaci, amico, lo farò. E grazie di tutto, è stato bello farsi coccolare da te!>. Il grande coccodrillo verde strizzò l’occhio ad Arturo, la gallinella bianca emise un lieve pigolio ed entrambi tornarono ad immergersi nelle acque di quello strano fiume/lago/mare che sembrava, misteriosamente, essere tornato un normalissimo corso d’acqua. Arturo li guardò allontanarsi sereno. Stava cominciando a capire tante cose di quel suo singolare, misterioso e affascinante viaggio che lo portava così lontano, anche se lo faceva sentire tanto vicino…

…Continua…

——————————————————————————————————————————-

Il Giocattolo di questa favola esiste davvero!

    

 Venite a vederlo sul sito di Giocattoli dal Mondo

Pubblicato da: giocattoliefavole | 07/07/2010

Il viaggio di Arturo – terza parte

Caldo … Silenzio … Aria immobile … Silenzio … Non un respiro, un alito di vento … CALDO!!!

Al termine della notte Arturo si ritrovò, senza nemmeno sapere come, al centro di una vasta pianura dalla cui terra riarsa crescevano a milioni sparuti ciuffi di erba gialla e secca, alti quanto lui. Questo paesaggio sembrava stendersi all’infinito, non c’era neanche un bordo, un qualcosa di diverso per tutto l’orizzonte, solo un leggero tremolio nella percezione visiva dell’aria a causa dell’intenso calore, insopportabile! Arturo si guardò indietro da dove era arrivato: la locomotiva ed i binari erano spariti, come evaporati sotto a quel sole cocente. Forse erano tornati a casa, forse non erano mai esistiti, ma lui, Arturo, era lì, era arrivato in Africa nell’immensa distesa arida della savana! Il sole ardeva con tale forza che tutto sembrava fermo, persino i pensieri facevano fatica a manifestarsi. Arturo si sentiva pervaso da una strana stanchezza pur non avendo fatto ancora niente, un’indolenza pesante che sembrava colargli addosso come piombo fuso, facendogli desiderare di chiudere gli occhi e mettersi a dormire lì dove si trovava, sotto al sole, in mezzo al nulla.  <<Perché no?>>, si disse Arturo, <<un sonnellino non potrà farmi male, magari quando mi sveglierò sarà tutto finito … magari anche questo è un sogno e quando mi risveglierò sarò di nuovo a casa .. magari .. >>.  Arturo non riuscì a scoprire come terminava il suo ultimo pensiero perché sprofondò immediatamente in un sonno pesante, come di pietra. Nel sonno c’era una grande calma, tutto era a posto: non c’era più il sole, né il calore, non c’erano ansie né paure. Non c’era nulla. Arturo stava quasi per rimettersi a dormire in quella calma immobile, quando gli parve di udire un suono, una voce lontana che lo chiamava, limpida e cristallina come la voce della mamma, calma e profonda come quella del papà << Arturo, tesoro, vedi di non fare tardi che ti aspettiamo!!>> diceva una, << Arturo, ragazzo mio, sai cosa devi fare: ce la puoi fare!! >> ripeteva l’altra. E d’improvviso Arturo capì. I pensieri riuscirono finalmente a collegarsi col cervello ed Arturo si strappò da quel sonno forzato e aprì gli occhi. La savana era sempre davanti e tutto intorno a lui, e il sole era ancora più alto e caldo nel cielo. Così non andava, Arturo doveva trovare un modo per togliersi da lì, per muoversi, raggiungere un po’ d’ombra, bere dell’acqua. Il suo sogno, il suo desiderio di vedere gli animali della savana l’aveva portato sin lì ed ora lui non si sarebbe certo arreso! Doveva solo credere. Doveva soltanto continuare a credere in se stesso e nei propri sogni, senza dubitare, senza rinunciare. Arturo allora desiderò di poter viaggiare veloce attraverso quell’immensa distesa di terra secca e bruciata, desiderò di raggiungere un fiume, un lago, dove sapeva che ci sarebbe stata la vita, che avrebbe trovato tutto quello di cui ora aveva davvero bisogno. Là avrebbe avuto ombra per ripararsi, ed acqua per dissetarsi. E là, là per davvero avrebbe visto i suoi animali, il motivo del suo viaggio. << Oh, voglio viaggiare veloce per questa terra, sentire il vento sul viso muovermi i capelli. Voglio lasciarmi la polvere alle spalle e se fossi un uccello voglio vedermi avanzare dritto come una lama di fumo nell’immensa piana. Voglio saltare sassi e rocce, scavare solchi nitidi in sabbia e terra. Voglio che ognun che viva mi guardi come guarda il fulmine cadere, o il treno, o il razzo mentre sfrecciano!! >> Arturo non seppe dire come queste parole gli erano salite per la gola e uscite dalla bocca, con un suono simile ad un magico incantesimo. Fatto sta che non appena le ebbe pronunciate davanti a lui si materializzò una delle cose più belle .. e più fiche.. che avesse mai visto!!  Davanti a lui c’era una moto di legno!! Ma non era proprio una moto vera, in realtà era una bicicletta di legno, di quelle senza pedali che adesso andavano tantissimo e ce l’avevano quasi tutti i bambini piccoli di Borgo Tranquillo. Solo che questa era a forma di moto, sembrava proprio una vera moto da cross, uno scrambler!! Ed era dipinta in modo stupendo, che ti faceva venire voglia di sedertici sopra, accendere il motore e dare gas .. e poi, via .. E via fu! Arturo, incantato da un giocattolo tanto bello, ci si era seduto sopra e con la fantasia aveva acceso col piede la moto e dato gas girando la manopola: la bici a forma di moto era partita di colpo ed ora Arturo stava sfrecciando a tutta birra, lasciando una scia di fumo dritta come una spada sollevarsi nell’aria immota della savana africana. Arturo rideva, felice mentre il vento gli scompigliava i capelli. La sua bici a moto era fantastica, i chilometri scorrevano come fossero stati sospiri e laggiù, in lontananza, proprio sul filo dell’orizzonte, si profilava il chiaro luccichio di un fiume che gli prometteva salvezza e ristoro. Arturo ora era certo che nulla sarebbe andato storto: stava per realizzare il suo desiderio!!

…Continua…

——————————————————————————————————————————-

Il Giocattolo di questa favola esiste davvero!

    bicicletta senza pedali kiddimoto

 Venite a vederlo sul sito di Giocattoli dal Mondo

Pubblicato da: giocattoliefavole | 03/06/2010

Il viaggio di Arturo- seconda parte

          

Mentre pensava Arturo vagava con lo sguardo fra gli oggetti della sua cameretta, illuminata dalle luci accese nel resto di casa. Gli occhi caddero sul suo trenino preferito, un bel trenino giocattolo di legno tutto dipinto di verde che il papà gli aveva regalato per il suo compleanno. L’aveva comprato ovviamente dal signor Marconi, Arturo se lo ricordava ancora quel giorno: il suo papà era tornato a casa tutto gonfio di gioia tanto era soddisfatto; aveva trovato una riproduzione perfetta di un trenino che costituiva una leggenda nel mondo della ferrovia ed era entrato a pieno titolo nella storia della strada ferrata. Per Arturo quello era stato un giorno meraviglioso, anche perché il papà si era sdraiato a terra con lui e insieme avevano montato i binari, sistemato gli accessori come casette, personaggi e segnali stradali; e poi, avevano giocato insieme per così tanto tempo mentre il papà gli raccontava tante storie sui treni e sul lavoro che faceva. Si, quel giorno era stato proprio bello! E, certo, se il suo trenino fosse stato vero sarebbe potuto partire anche quella stessa notte, mentre tutti dormivano e nessuno si sarebbe accorto della sua assenza; sarebbe potuto tornare la mattina dopo, prima che suonasse la sveglia delle 7. Come sarebbe stato bello se fosse stato possibile! Arturo guardava il suo trenino verde, unico oggetto illuminato dal cono di luce della piccola lampada che la mamma teneva accesa per lui sin da quando era piccolo;ora non gli serviva più, ma la mamma continuava a lasciarla accesa perché, così gli diceva, potesse sempre trovare la strada se si fosse trovato nel cuore della notte senza un’idea di dove andare. Quanto gli voleva bene, la sua mamma! Ma Arturo sapeva bene dove voleva andare: in Africa, a vedere i suoi animali. Ecco, ora anche il papà aveva spento la luce sul suo comodino, la casa era buia e silenziosa. Restava solo la lucetta piccola piccola della sua camera, che illuminava il trenino. <<Ancora cinque minuti>>, pensava Arturo, <<lasciamo che tutti si addormentino per bene. Scenderò dal letto in punta di piedi, aprirò il cassetto e prenderò mutande, calzini e maglietta; poi mi vestirò senza far rumore, sono bravo a muovermi al buio; prenderò anche una felpa perché di notte fa più freddo, in Africa. Entrerò in carrozza e dirò al trenino di portarmi sin laggiù. Viaggeremo veloci, perché lui era il più veloce treno dei suoi tempi, me l’ha detto papà>>.<<Puoi dirlo forte, Arturo!>> disse all’improvviso una voce <<ai miei tempi ho fatto da Londra ad Edimburgo in sole 8 ore e 15 minuti, nessun altro treno c’era riuscito prima!>> <<Forte, allora mi porterai in Africa?>>, sussurrò Arturo pieno di entusiasmo <<Ma certo, sali in carrozza, dai, che si parte!>> rispose il trenino verde. Arturo si infilò le scarpe da ginnastica (che teneva sempre allacciate), allungò la mano a prendere la felpa poi si diresse verso la porta del primo vagone e vi entrò dentro, sedendosi non appena entrato. Sporgendosi dal finestrino, sussurrò <<Parti piano senza far rumore, mi raccomando>>; <<Stai tranquillo, so quello che faccio>> replicò il trenino. E con un impercettibile sibilo di vapore seguito da una leggera oscillazione le ruote iniziarono a muoversi. Ad Arturo sembrò di percorrere a passo di lumaca tutto il corridoio e l’ingresso e senza capire bene come si ritrovò in strada, proprio fuori dal portone di casa sua. La notte era serena e profumata, nell’aria c’era una sensazione di pace e dolcezza: tutto era silenzioso e immobile, Borgo Tranquillo e il mondo intero dormivano beatamente. Al di sopra della luce irradiata dai lampioni stradali, la luna stessa sembrava indicare ad Arturo e al suo trenino la strada per quel magico viaggio, frutto dell’intenso desiderio nato nel cuore di un bambino. Silenziosamente i due strani compagni di viaggio percorsero strade e piazze del paese addormentato, senza incontrare nessuno. Appena fuori dal raggio visivo dell’ultima casa, là dove il paese lasciava il posto alla campagna e non giungevano i chiarori delle luci, il trenino si fermò girandosi verso Arturo. I due amici si guardarono per un istante lungo come fosse un secolo, nell’aria si percepiva un cambiamento come quando il vento porta l’odore della pioggia. Ad Arturo sembrò di trattenere il fiato, come d’estate al mare nell’istante prima di tuffarsi giù da uno scoglio. Con la testa fece un impercettibile segno d’intesa, il trenino lo ricambiò. E d’un tratto l’ululato di un possente sibilo di vapore troppo a lungo tenuto sotto controllo squarciò il lento frinire della notte campestre. Un fascio di luce abbagliante trafisse ineluttabilmente l’oscurità che fino ad un attimo prima li circondava. Binari d’acciaio e traversine di legno comparvero incastrandosi gli uni insieme alle altre montandosi incessantemente, a centinaia, a migliaia, mentre il fragore di ruote ed ingranaggi diveniva l’unica realtà presente nelle orecchie, negli occhi, nei polmoni e nel cuore di Arturo: il viaggio verso l’Africa, il suo viaggio, era cominciato!

…Continua…

——————————————————————————————————————————-

Il Giocattolo di questa favola esiste davvero!

    

 Venite a vederlo sul sito di Giocattoli dal Mondo

Articoli precedenti »

Categorie

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.