Non appena fu di nuovo solo, Arturo si guardò intorno. Era il crepuscolo, il sole ormai nascosto oltre la linea dell’orizzonte faceva rimbalzare ancora la sua luce contro la volta del cielo, colorando il paesaggio di rosa. Il fiume aveva lasciato Arturo ai piedi di una serie di piccole alture di morbida roccia arenaria, modellate dal vento e dalla pioggia, scavate dall’acqua, scintillanti di mica come se fosse argento agli ultimi bagliori della luce serale. L’aria era immota e intorno regnava solo il silenzio pesante di quando le giornate troppo lunghe stanno per arrivare a conclusione, e si ha la sensazione che tutto sia giusto, che tutto sia esatto, che tutto quanto sia successo abbia avuto un senso e si ha soltanto la voglia di andarsene a dormire con la coscienza a posto, stremati ma soddisfatti. Arturo si sentiva così dopo tante peripezie, con i capelli arruffati e gli abiti stropicciati che gli si erano asciugati addosso, le stringhe di una scarpa slacciate e addosso un profumo che sapeva di mare e di avventure, di vento e di sole, di favole e di sogno. La strada si incuneava tra quelle rocce multiforme dall’aspetto magico e antico, come fossero state modellate da una sapienza profonda e si trovassero lì sin dal Principio dei princìpi. Arturo la seguì col passo leggero di chi non ha pesi da portare né pensieri a gravargli mente e cuore. Tra quelle rocce l’aria era tiepida e piacevole, pur avendo ormai la sera ceduto il posto alle prime ombre della notte. Nel cielo, su in alto, la luna risplendeva come un secondo sole illuminandogli la via. Arturo si sentiva immensamente sereno. Senza sapere bene il perché, quella notte mentre camminava Arturo provò un’intensa sensazione di pace e calma interiore, come se si trovasse nuovamente a casa. A Casa sua. Tra quelle rocce, lì, mentre camminava sotto la luce delle stelle Arturo ricordò le volte che col padre, d’estate, era rimasto col naso all’insù mentre di notte tornavano a casa a piedi attraverso la pineta, dando le spalle al mare; il firmamento lo circondava e lo teneva avvolto, come due mani unite a coppa, facendolo sentire al riparo; anche se, Arturo ora lo capiva, quello che lo faceva realmente sentire al sicuro e gli donava serenità, era la presenza di suo padre vicino a sé, che divideva con lui il buio e le stelle, che divideva con lui strada e cammino: a volte parlando, altre tacendo, a volte dandogli la mano o prendendoselo sulle spalle. La magia di quelle notti non erano le stelle o il mare, la pineta o il buio d’estate, ma quell’essere lì insieme, lungo la strada che portava a casa. Così, pensando e ricordando, Arturo si trovò dentro una piccola grotta scavata dal vento sulla superficie di una di quelle grandi rocce; l’interno era debolmente illuminato dal riflesso della luna che, penetrando da un minuscolo foro sul soffitto, si propagava grazie alla rifrazione di milioni di particelle silicee. Quel posto era così caldo e invitante, e Arturo aveva proprio bisogno di farsi una bella dormita. Non arrivava il vento lì dentro, e poi i ricordi gli avevano fatto venire una gran voglia di casa e in quella grotta c’era così pace che sembrava proprio di essere lì. Arturo si lasciò cadere a terra, sdraiandosi contro una parete dirimpetto all’ingresso così che il suo sguardo poteva continuare a vagare fuori, tra le stelle. Miliardi di luci erano appese alla volta del cielo, Arturo era al caldo, la grotta leggermente illuminata sembrava camera sua con la lucina che mamma gli lasciava sempre accesa. Arturo sorrise, il suo cuore era leggero. Prima il pensiero del papà, ora la mamma: era proprio come se fosse a casa, adesso, e Arturo ora sapeva senza dubbio che presto ci sarebbe tornato per davvero. D’improvviso, nel silenzio della notte un trillo perforò la quiete: era la sveglia dell’orologio da polso di Arturo, e segnalava che quel giorno, proprio ora, era Natale! Arturo l’aveva caricata alla mezzanotte in punto del 24 dicembre per non perdersi neanche un momento dell’arrivo dei regali (non poteva dire Babbo Natale perché ormai era grande e non ci credeva più, anche se l’apparizione dei regali conservava un fascino magico di cui non sapeva spiegarsi e da cui non aveva intenzione di liberarsi). Arturo spense la sveglia, e sorrise ancora di più guardando il meraviglioso cielo stellato sopra di lui e quella grotta, che era ora la sua casa, splendergli tutta intorno. E’ vero, non c’erano giocattoli apparsi misteriosamente in questa storia, non c’erano giocattoli anche se era Natale. Ma Arturo si sentiva felice come non gli accadeva da tempo. Aveva trovato dentro al suo cuore la presenza forte di mamma e papà, e grazie a loro si sentiva come a casa pur essendo così lontano. E anche se non c’erano giocattoli, aveva capito che il regalo più grande lo aveva già nel cuore. E non l’avrebbe lasciato più. <Buon Natale, mamma e papà>, disse Arturo prima di addormentarsi.
FINE QUINTA PARTE











