The Elf on the Shelf o L’Elfo sulla Mensola. Una tradizione arrivata da lontano e ormai consolidata

Nata nel 2004 dalla penna di due scrittrici americane, la storia dell’elfo sulla mensola ha presto preso piede ed è arrivata fino a noi diventando un’amatissima tradizione legata al periodo pre-natalizio. Ma di cosa si tratta?

The elf on the shelf. A Christmas tradition. Il libro

Il libro che ha dato il via a questa divertente tradizione è stato scritto quasi per gioco nel 2004 da Carol Aebersold e Chanda Bell, madre e figlia. Le due scrittrici, attingendo al bagaglio delle proprie tradizioni familiari, hanno creato una divertente storia natalizia che ha fatto breccia nei cuori dei bambini.

La storia racconta di come i magici elfi di Babbo Natale si nascondano nelle case dove ci sono bambini. Il loro compito è osservare e riferire a Babbo Natale come i bambini si sono comportati. Ogni notte gli elfi volano al Polo Nord per fare rapporto e ritornano prima dell’alba. Ogni notte si nascondono in un posto diverso dal quale di giorno osserveranno i bambini.

Questo crea un divertente gioco in cui, ogni mattina, i bambini cercano di trovare gli elfi e sono testimoni dei piccoli disastri da questi causati. Un gioco divertente che dura tutto il mese di dicembre e che emoziona i bambini e li fa ridere ogni giorno con situazioni differenti. Ma anche i genitori si divertono! Sta a loro, infatti, far correre la fantasia e trovare ogni notte una posizione diversa per il piccolo elfo di casa!

Cosa vede l’elfo sullo scaffale?

L’elfo sullo scaffale è un potente stimolo per i bambini. La sua presenza, purché gestita in maniera simpatica e creativa dai genitori, è utile a creare un’atmosfera di festa e di fervente attesa.

I bambini imparano a conoscere il loro magico amico e a fidarsi di lui…e a considerarlo uno stimolo per comportarsi bene.

Sebbene da parte di alcuni questo sistema sia stato criticato, noi riteniamo che un simpatico elfo che osserva dal suo scaffale, e che compie tante birichinate, come fanno i bambini, sia un potente mezzo educativo oltre che di svago.

Il bambino impara che per essere buoni non occorre essere perfetti e che qualche pasticcio si può sempre fare senza perdere l’amore dei genitori e il premio di Babbo Natale. Ogni mattina impara a riconoscere i pasticci creati dagli elfi o a ridere dei posti improbabili in cui essi si sono cacciati in un processo di identificazione che lo aiuta a crescere sereno. Insomma, l’elfo sullo scaffale ha una ben più ampia valenza rispetto al messaggio consumistico che gli si vuole attribuire.

E voi, siete pronti a giocare con l’Elfo di Babbo Natale?

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Il cavallo, il bue, il cane e l´uomo (Esopo)

Vi siete mai chiesti il motivo dei nostri sbalzi di umore? Perché anche la persona più mite e regolata può lasciarsi andare a scatti di ira o la persona più operosa può attraversare momenti di ozio?
Le sfaccettature della personalità umana sono sempre state un mistero e sono state spiegate, nel corso del tempo, ricorrendo a tanti espedienti: dall’influenza della luna e degli astri al cibo, fino a chiamare in causa i diavoli tentatori!
Una delle spiegazioni più suggestive, a mio avviso, la troviamo nell’opera di Esopo, nella fiaba del cavallo, del bue, del cane e dell’uomo, fiaba con la quale Esopo, mentre racconta l’origine della convivenza degli animali con l’uomo, spiega perché all’interno dell’uomo convivano tante anime differenti.

Secondo Esopo, Zeus creò l’uomo donandogli una grande intelligenza ma una vita breve. L’uomo tuttavia, facendo tesoro della sua intelligenza, riusciva a vivere al meglio affrontando con ingegno ogni avversità. In breve l’uomo si costruì dei ripari sempre più adatti alle sue esigenze e all’arrivo dell’inverno aveva costruito una casa calda confortevole dove ripararsi dal freddo e dalla pioggia.

Fattoria in legno con animali Goki
Un giorno di quell’inverno il cavallo, che non sopportava più il freddo e la pioggia, andò dall´uomo e lo pregò di dargli un riparo. L’uomo, accettò di offrire riparo al cavallo ma in cambio chiese di ricevere in dono una parte degli anni che il cavallo doveva ancora vivere. Il cavallo accettò, e così, da quel momento, fu ospitato dall’uomo.
Poco dopo arrivò il bue, anch’egli incapace di resistere alle intemperie e anche a lui l’uomo rispose che gli avrebbe dato riparo in cambio di parte degli anni che gli rimanevano da vivere, e anche il bue accettò lo scambio.
Infine giunse il cane tutto infreddolito e anch’egli trovò rifugio in cambio di alcuni dei suoi anni.

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E da quel momento Il cavallo il Bue ed il cane iniziarono a vivere insieme all’uomo ed ecco perché gli uomini racchiudono in loro così tante anime: durante il tempo che era stato loro assegnato da Zeus sono puri e buoni; quando vivono gli anni che erano del cavallo diventano fieri e vanagloriosi; quando arrivano agli anni del bue diventano autoritari e quando poi concludono la vita con gli anni del cane, sono rabbiosi e abbaiano continuamente.

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Libri, amore mio.

 

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Oggi parliamo di libri. Quanti di voi ricordano il primo libro che hanno letto? E quanti di voi ricordano il libro speciale, quello che, all’improvviso, ha fatto scoccare la prima scintilla di quel fuoco ardente che è l’amore per la lettura? Eh sì, ogni fuoco che si rispetti nasce da una piccola scintilla, una sola, che piano piano divampa per diventare un incendio incontenibile. La lettura non fa eccezione. Nella vita di ogni lettore c’è stato un momento indimenticabile in cui la lettura, da obbligo, è diventata un piacere o, meglio ancora, una necessità.

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Per me è accaduto tardi: avevo già 14 anni e molte letture alle spalle quando mi è capitato tra le mani un piccolo libro per il quale, nella mia ignoranza, non avrei dato due lire. Non ricordo come entrò in mio possesso, né perché decisi di leggerlo, credo forse per combattere la noia di una lunga serata estiva. Ricordo però che iniziai a leggere e già dopo le prime pagine il racconto mi aveva conquistata. Passai parte della notte sveglia, leggendo tutto il libro senza interrompermi mai. Arrivata alla fine non mi ero accorta del tempo passato né della stanchezza ma avevo lottato, viaggiato e sofferto con il protagonista di quella incredibile storia come mai prima mi era capitato. Era un libro piccolo piccolo, poche pagine ricche di passione, coraggio e avventura. Era Il vecchio e il Mare di Ernest Hemingway. Da allora per me leggere non è più stata la stessa cosa.

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Io ho cominciato tardi ad amare la lettura ma oggi è possibile accompagnare anche i bambini più piccoli verso questo fantastico mondo in maniera facile e divertente. Sono presenti in commercio numerosi libri di stoffa per la primissima infanzia, attraverso i quali il bambino in età prescolare può iniziare ad appassionarsi al libro come strumento di svago.

Buongiorno Coniglietto. Libro di stoffa Lilliputiens

I libri di stoffa della Lilliputiens sono un esempio di quanto un libro gioco per la primissima infanzia possa divertire e coinvolgere un bambino accompagnandolo nei primi passi verso la lettura. Con un libro di stoffa Lilliputiens il bambino impara a leggere una storia attraverso le immagini, sfogliando in sequenza le pagine colorate dall’inizio alla fine mentre la mamma o il papà gli raccontano la storia, oppure in piena autonomia, scoprendo da solo cosa accadrà alla pagina successiva, perché una storia si scopre pagina dopo pagina e il piacere della scoperta è parte del fascino della lettura.


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La vera storia di Babbo Natale

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La vera storia di Babbo Natale

Chi è Babbo Natale? Come si è formata la leggenda che lo vede un barbuto pancione abitante del polo Nord e dispensatore di regali?

Le origini della leggenda si perdono indietro nel tempo, nel terzo secolo d.C. quando Nicola, il vescovo di Mira in asia minore, viveva una vita di lotta difendendo strenuamente i cristiani dalle persecuzioni romane.

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San Nicola

Ma come ha fatto un vescovo Turco a diventare l’abitante del polo Nord che tutti conosciamo?

La sua storia dalla Turchia passa per l’Italia, si diffonde in Europa, dall’Europa passa in America, per poi tornare da noi completamente modificata e con le caratteristiche che ormai tutti conosciamo.

 Il culto per San Nicola iniziò presto: subito dopo la sua morte gli furono attribuiti tantissimi miracoli e divenne ben presto il santo protettore dei bambini. Questo fece sì che, piano piano, in Italia e nella zona alpina fino in Germania si consolidasse la tradizione di fare doni ai bambini nel giorno a lui dedicato (il 6 Dicembre)

Con l’arrivo della riforma protestante, tuttavia, in tutta l’Europa del Nord fu abolito il culto dei santi, per mantenere però la ormai consolidata tradizione di fare i regali ai bambini si scelse come dispensatore di doni lo stesso Gesù Bambino, spostando così la festa dal 6 Dicembre alla notte di Natale e a Gesù Bambino vennero ben presto associati degli aiutanti per svolgere il lavoro di distribuzione dei doni.  

Nel passaggio verso il nuovo mondo, grazie agli immigrati nordeuropei, ritornò la figura del santo chiamato Sinterklass, da cui, attraverso un lungo processo di piccole modifiche, nacque Santa Claus.

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Illustrazione del 1870 della poesia “A Visit From St. Nicholas”

A dare a Babbo Natale l’aspetto attuale, di vecchio barbuto che solca il cielo su una slitta trainata da otto renne, fu una famosissima poesia: A Visit From St. Nicholas, pubblicata nel 1822 da Clement Clark Moore. Da quel momento in poi, piccole consecutive modifiche nell’outfit di Babbo natale lo hanno reso quello che conosciamo oggi ma solo verso la fine del secolo, grazie alle illustrazioni di Thomas Nast si impone la versione “definitiva”: un adulto corpulento, vestito di rosso con i bordi di pelliccia bianca, che parte dal Polo Nord con la sua slitta trainata da renne e sta attento a come si comportano i bambini.

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Santa Claus immaginato da Thomas Nast (1840-1902)

E quindi no, non è stata la “bibita più famosa al mondo” ad inventare Babbo Natale, ma ha solamente contribuito a definire il suo abito grazie alle campagne pubblicitarie diffuse a partire dal 1930: ecco di seguito alcuni esempi di immagini pubblicitarie con Babbo Natale realizzate tra il 1906 ed il 1925, quindi precedenti a quella più famosa che è giunta sino a noi!

Con lo sbarco degli americani durante la seconda guerra mondiale, Santa Claus fece il suo ritorno trionfale in Europa dove, accolto a braccia aperte insieme a tutte le novità portate dagli alleati, fu chiamato Père Noel, Father Christmas o Babbo Natale e sostituì un po’ ovunque i vecchi portatori di doni.

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Santa ed un suo aiutante. Pupazzi di peluche Jellycat

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La storia di Santa Lucia

 

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La Festa di Santa Lucia si celebra il 13 dicembre  in ricordo di Santa Lucia  martire del III secolo sotto l’imperatore  Diocleziano. Secondo la leggenda, la giovane Lucia portava cibo e aiuti ai cristiani che si nascondevano nelle catacombe di Siracusa e, per orientarsi al buio, portava sul capo una corona di candele in modo da avere le mani libere per trasportare più cibo.

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La festa, che prima che venisse attuata la riforma del calendario Gregoriano coincideva con il solstizio d’inverno, viene celebrata nel nord Italia, a Siracusa, e in Scandinavia dove, per via dei lunghi inverni, la santa è molto amata in quanto simbolo di luce. In Scandinavia Santa Lucia è rappresentata come una donna in abito bianco (colore della purezza del battesimo) e fascia rossa (colore del sangue del suo martirio) e con una corona di candele sulla sua testa e viene celebrata con feste e processioni.

In Italia, soprattutto al Nord, Santa Lucia porta i doni ai bambini. Questa tradizione ha avuto origine presumibilmente a Verona, intorno al XIII secolo: si narra che nella città, in particolare tra i bambini, fosse scoppiata una terribile epidemia di un male che danneggiava gli occhi. La popolazione decise allora di chiedere la grazia a Santa Lucia con un pellegrinaggio notturno fino alla sua chiesa. I bambini però non volevano partecipare per via del freddo, allora i genitori promisero loro che al rientro la santa gli avrebbe fatto trovare tanti balocchi. I bambini così furono convinti e parteciparono al pellegrinaggio. In seguito al pellegrinaggio l’epidemia ebbe fine. Da quel momento nacque la tradizione di far trovare ai bambini, la mattina del 13 dicembre, i doni portati dal Santa Lucia.

E a voi? Cosa ha portato Santa Lucia?

 

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“Mamma, come nascono i bambini? Li porta la cicogna?”

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Quale genitore non si è sentito rivolgere questa domanda? E quale genitore non è stato tentato, almeno all’inizio, di raccontare al bambino la favola della Cicogna?  

Quella della cicogna che porta i bambini è una fiaba che affonda le sue radici nel passato.

Da sempre la cicogna è stata associata a buona sorte e ad eventi positivi proprio per la sua natura: le cicogne sono uccelli migratori che, anno dopo anno, seguono un percorso prestabilito tornando sempre negli stessi luoghi ed in Europa arrivano con l’inizio della primavera, il tempo della rinascita della natura e dell’arrivo dei raccolti. E’ stato quindi inevitabile che le cicogne venissero associate alla rinascita ed alla fertilità.

Altra caratteristica peculiare delle cicogne, che ha contribuito alla nascita della loro fama di portatrici di bambini, è l’attenzione che hanno verso i nuovi nati: la mamma costruisce il nido con grandissima cura e, una volta schiuse le uova, entrambi i genitori si occupano della prole.

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Già i greci ed i romani consideravano sacri questi uccelli tanto che nell’antica Roma erano consacrati a Giunone, la dea della maternità e la loro presenza era associata a fortuna e buona riuscita del parto.

Queste credenze proseguirono nel corso dei secoli, attraverso tutto il medioevo tanto che in molte aree del nord Europa si riteneva che le anime dei bambini prima di nascere riposassero nelle paludi abitate dalle cicogne.

Maxi Muffin Gotz portato dalla cicogna

Maxi Muffin Gotz portato dalla cicogna

L’immagine della cicogna che porta i bambini però è stata fermata su carta solo nel XIX secolo da Hans Christian Andersen il quale, attingendo alla tradizione popolare del suo periodo, nella favola “le Cicogne” (che potete leggere qui per intero) ha per la prima volta raccontato dello stagno dove riposano i bambini prima di nascere e delle cicogne che li portano alle future mamme.

Questa leggenda ha poi avuto un tale successo che ancora oggi in buona parte del mondo si racconta ai bambini che sono stati portati in un fagotto nel becco di una cicogna.

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L’ora del tè tra gioco e leggenda

Tradizione antica che arriva da molto lontano, il tè, con le sue infinite varietà e con i riti connessi alla sua preparazione, è certamente una bevanda che ha conquistato il mondo. Strettamente collegato ad un momento di relax, il tè è amato dai grandi e dai bambini, che infiniti giochi creano intorno alla ritualità del tè, alle tazzine da riempire, alle foglie da mettere in infusione, ed alle chiacchiere da scambiarsi di fronte alle tazze fumanti.

servizio da tè Moulin Roty

servizio da tè Moulin Roty

Innumerevoli storie e leggende sono sorte intorno alla sua origine ma una delle storie più affascinanti è quella della ragazza e del pozzo del drago:

Tanto tempo fa, in Cina, ci fu una terribile epidemia di peste causata da un lungo periodo di siccità. La peste e la siccità causavano la morte di tantissime persone così che, quando la situazione era ormai diventata drammatica, furono chiamati alcuni saggi per trovare una soluzione a quella tragedia. I saggi raccontarono che, nei pressi di un pozzo situato sulle pendici di una montagna e sorvegliato da un feroce drago, cresceva una pianta miracolosa in grado di curare gli ammalati e di combattere la siccità. La popolazione allora decise di inviare alcuni giovani coraggiosi a recuperare questa pianta. Furono in tanti a partire ma nessuno fece ritorno: il drago, guardiano del pozzo, non permetteva a nessuno di avvicinarsi.

Decisero un giorno di partire due fratelli ma anche loro, come tutti gli altri partiti prima, non fecero ritorno.

Mademoiselle Eglantine Moulin Roty

Mademoiselle Eglantine Moulin Roty

Allora la loro sorella minore si mise in viaggio per trovarli. Quando la ragazza arrivò al pozzo, si accorse che il drago aveva trasformato in pietre tutti coloro che lo avevano affrontato, compresi i suoi fratelli. Non volendo fare la stessa fine, invece di avvicinarsi, scagliò da lontano una freccia contro il drago riuscendo ad ucciderlo prima ancora che il drago si accorgesse della sua presenza.

Avendo sconfitto il drago, la ragazza raccolse i germogli della pianta miracolosa, li annaffiò con l’acqua del pozzo, e questi diventarono piante adulte. La ragazza allora raccolse i semi di queste piante e li spremette sopra tutte le pietre le quali, bagnate da quelle gocce, ritornarono uomini.

valigetta del piccolo giardiniere Moulin Roty

valigetta del piccolo giardiniere Moulin Roty

Tornati al villaggio, la ragazza ed i suoi fratelli piantarono i semi della pianta sacra e, con le foglie delle piante che nacquero, fecero un infuso da far bere a tutti gli ammalati di peste. Tutte le persone ammalate guarirono, la pioggia tornò a cadere e la terra fu di nuovo fertile.

Da allora non si smise più di bere quel sacro infuso, che ora è conosciuto come tè Lun Jin o tè del pozzo del drago.

 

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Ci son due coccodrilli…una storia antica quanto l’uomo

 

arca di noè Vilac coccodrilli 2

Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un’aquila reale
il gatto il topo e l’elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due liocorni

Così recita una famosissima canzone che ha accompagnato la nostra infanzia e adesso accompagna l’infanzia dei nostri bambini. Una canzone che racconta la storia di Noè, una storia antica, dei tempi della bibbia, tramandata di padre in figlio per millenni.

Ma quanti sanno che si tratta di una storia più antica della bibbia stessa e che affonda le radici nella cultura sumera e nella saga di Gilgamesh?

Come nella storia di Noè, le divinità sumere adirate con gli uomini e con il loro baccano, decisero di sterminare l’umanità inviando un diluvio, ma il dio Ea avvisò il buon Utanapishtim dell’imminente pericolo e gli suggerì di distruggere la propria capanna, di radunare le proprie cose, i parenti e tutti gli animali che fosse riuscito a trovare, e gli diede le indicazioni per costruire un’arca con la quale affrontare le acque.

Arca di Noè Vilac
Terminata la costruzione, Utanapishtim si ritirò all’interno dell’arca con tutta la sua famiglia e con gli animali ed attese.
Cadde la pioggia per sette giorni e sette notti, spazzando via ogni cosa. Terminata la pioggia il mondo era ricoperto dalle acque. Per dodici giorni e dodici notti l’arca andò alla deriva fino a che non si arenò sul monte Nizir.
Utanapishtim attese altri sette giorni, fece uscire una colomba che, non trovando dove posarsi, fece ritorno. Dopo qualche giorno, fu la volta di una rondine che tornò indietro dopo poco per lo stesso motivo. Quando alla fine Utanapishtim fece uscire un corvo, questi non fece più ritorno.

arca di noè Lilliputiens 2

Utanapishtim allora capì che la collera degli dei era finita, e con la moglie, i figli e tutti gli animali, uscì dall’arca scese a terra e potè rifondare l’umanità.
A questo punto chi non coglie le similitudini con il racconto biblico dell’arca di Noè?

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Gli elfi del calzolaio

C’era una volta un calzolaio che, pur essendo molto bravo, era diventato molto povero perché il suo negozio, che stava in una stradina poco frequentata, aveva ormai pochi clienti. Era diventato così povero che gli restava ormai solo un ultimo pezzo di cuoio per fabbricare un ultimo paio di scarpe, finito il quale avrebbe chiuso il suo negozio. Siccome però era un uomo molto coscienzioso, non si perse d’animo, preparò il cuoio per lavorarlo il giorno dopo e andò a dormire con sua moglie. Al mattino però, sul suo banco da lavoro non trovò più il cuoio tagliato ma uno splendido paio di scarpe. Erano scarpe fatte benissimo, un vero capolavoro! Il brav’uomo e sua moglie erano davvero stupiti e, per non offendere la fortuna che li aveva toccati, decisero di mettere in vendita quelle scarpe.

gli elfi del calzolaio_scarpe AGAT

E la fortuna volle ricompensarli ancora: quel giorno un signore benestante passò davanti alla vetrina del calzolaio e, vedendo esposto quell’unico bellissimo paio di scarpe, le acquistò pagandole generosamente. Con quei soldi il calzolaio e sua moglie acquistarono altro cuoio, abbastanza per confezionare due paia di scarpe, e prima di andare a dormire lo tagliò e lo preparò per lavorarlo il giorno successivo, ma al mattino le scarpe erano già pronte e non mancarono neanche i clienti che gli diedero denaro a sufficienza per comprare cuoio per quattro paia di scarpe. Il calzolaio allora, di nuovo, prima di andare a dormire preparò il cuoio per confezionare le scarpe e la mattina seguente trovò il lavoro già fatto e quattro paia di bellissime scarpe furono messe in vendita.

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Dopo un po’ di tempo il calzolaio, da povero che era, diventò un uomo benestante con un negozio avviato e tutto il necessario per vivere.
Una sera, verso Natale, l’uomo aveva appena finito di tagliare il cuoio e, prima di andare a letto, disse a sua moglie: -Che ne diresti se stanotte stessimo alzati, per vedere chi ci aiuta tanto generosamente?- La moglie acconsentì e, accesa una candela, si nascosero dietro l’attaccapanni e rimasero in attesa. Scoccata la mezzanotte arrivarono un omino e una donnina, tutti nudi; si sedettero al tavolo del calzolaio; presero il cuoio e con le loro piccole dita incominciarono a forare, cucire, battere con tanta abilità, che il calzolaio non poteva distogliere lo sguardo e non smisero finché non ebbero finito e le scarpe non furono pronte sul tavolo. Poi, prima che spuntasse il giorno, se ne andarono via saltellando.

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Il mattino dopo la moglie del calzolaio disse: “Gli elfi ci hanno aiutato tanto, dovremmo mostrarci riconoscenti. Mi dispiace che vadano in giro senza niente da mettersi addosso e che patire il freddo! Pensavo di cucire per loro una camicetta, un vestitino, una giubba, un farsetto e un paio di calzoncini, e farò un paio di calze per ciascuno; tu puoi fargli un paio di scarpette a testa”. Il calzolaio fu ben contento e si mise all’opera. La sera, quando ebbero terminato tutto, misero sul tavolo i regali al posto del cuoio e si nascosero per vedere che faccia avrebbero fatto gli elfi. A mezzanotte giunsero di corsa tutti e due per mettersi al lavoro ma quando videro i vestiti furono felicissimi, li indossarono subito e fecero capriole, ballarono e saltarono tutta la notte fino a quando fu tempo per loro di andarsene. Da quel momento i due elfi non tornarono più, ma il calzolaio e sua moglie se la passarono bene per il resto della loro vita

Autore: Fratelli Grimm

Attori protagonisti

Nel ruolo dei due elfi :

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Fatina dei dentini Ragtales

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Pirata dei dentini Ragtales

Nel ruolo del calzolaio:

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Tommy, pupazzo di stoffa Ragtales

La moglie del calzolaio:

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Evie, bambola di stoffa Ragtales

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Biancaneve

Tanto tempo fa, in un freddo inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo, una bella regina cuciva seduta accanto alla finestra e mentre cuciva si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso del sangue era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé: “Oh, vorrei avere una bambina bianca come la neve, con le labbra rosse come il sangue e con i capelli neri come il legno della finestra!” Il suo desiderio fu ascoltato e poco tempo dopo diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l’ebano e, per questo, la chiamarono Biancaneve. Purtroppo, la regina morì nel darla alla luce.

Il re, che pure voleva molto bene alla regina, dopo un anno decise di prendere nuovamente moglie e scelse una donna bella, ma orgogliosa la quale non poteva sopportare che ci fosse qualcuna più bella di lei. La nuova regina aveva uno specchio che, quando vi si specchiava e diceva: ”Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” lo specchio rispondeva: ”Tu, mia regina, sei la più bella!” E la regina era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità.

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Nel ruolo della bellissima regina cattiva: Bambola Constance Moulin Roty

Biancaneve però cresceva diventando sempre più bella e, quando ebbe sedici anni, era ormai più bella della regina tanto che un giorno la regina interrogò lo specchio al solito modo e lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma di te è più bella Biancaneve dalla chioma corvina!” All’udire queste parole, la regina sbiancò per l’invidia e da quel momento in poi, iniziò ad odiare Biancaneve.

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Nel ruolo di Biancaneve: Bambola di stoffa Biancaneve Fiestacraft

Invidia e superbia crebbero a tal punto in lei, da non lasciarle più pace così un giorno chiamò un cacciatore e gli disse: “Conduci Biancaneve nella foresta, uccidila e portami il suo cuore come prova della sua morte”. Il cacciatore ubbidì e portò Biancaneve nel bosco, ma quando estrasse il coltello per ucciderla, lei si mise a piangere e disse: “Risparmiami la vita, ti prego! Me ne andrò nel bosco e non tornerò mai più a casa!”  Era così bella che il cacciatore ne ebbe pietà e disse: “Vai pure, povera bimba”. Anche se pensava che non sarebbe sopravvissuta nel bosco da sola, il cacciatore si sentiva sollevato a non doverla uccidere, poi prese un piccolo cinghiale, lo sgozzò, gli prese il cuore e lo portò come prova alla regina.

Intanto Biancaneve era tutta sola nella foresta, e aveva talmente paura non sapeva cosa fare per mettersi in salvo. Allora si mise a correre disperatamente e corse finché la ressero le gambe. Arrivata la sera vide una piccola casetta nascosta tra gli alberi e vi entrò per riposarsi. Nella casetta ogni cosa era piccola ma straordinariamente pulita, c’era un tavolino ricoperto da una tovaglietta bianca apparecchiato con sette piattini, ogni piattino aveva a fianco un cucchiaino un coltellino una forchettina ed un bicchierino. Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’erano sette lettini, coperti di lenzuola pulite. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, così mangiò un po’ di verdura e di pane da ciascun piattino, e bevve una goccia d vino da ogni bicchierino. Poi, siccome che era molto stanca, cercò di stendersi in un lettino ma non ce ne era uno che le andasse bene: erano tutti o troppo corti o troppo grandi, solo il settimo fu quello giusto, vi si coricò e si addormentò.

Quando fu notte arrivarono i padroni di casa: erano sette nani che estraevano i minerali dalle miniere nei monti. Accesero le loro candele e si accorsero che era entrato qualcuno perché non era tutto in ordine come l’avevano lasciato. Il primo nano disse: “Chi è seduto sulla mia seggiola?” Il secondo: “Chi ha mangiato dal mio piatto?”. Il terzo: “Chi ha preso un pezzo del mio panino?”. Il quarto: “Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?”. Il quinto: “Chi ha usato la mia forchetta?”. Il sesto: “Chi ha tagliato con il mio coltello?”. Il settimo: “Chi ha bevuto dal mio bicchiere?” Poi il primo nano si guardò intorno e vide che il suo letto era un po’ schiacciato e disse: “Chi ha schiacciato il mio letto?”. Gli altri arrivarono di corsa e gridarono: “Anche nel mio c’è stato qualcuno!”. Ma il settimo nano, quando guardò nel suo letto vide Biancaneve addormentata. Allora chiamò gli altri che accorsero, presero le loro candele e illuminarono Biancaneve. “Ah, Dio mio!” esclamarono “che bella fanciulla!” E la lasciarono riposare nel lettino. Al mattino, Biancaneve si svegliò e, vedendo i sette nani, s’impaurì. Ma furono molto gentili: “Come ti chiami?” le chiesero. “Mi chiamo Biancaneve” rispose. “Come hai fatto ad arrivare fino alla nostra casa?” chiesero ancora i nani. Allora Biancaneve raccontò la sua storia, che la sua matrigna voleva farla uccidere, che il cacciatore le aveva risparmiato la vita e che aveva corso tutto il giorno finché non aveva trovato la loro casetta.

Marionette da dita Biancaneve e i sette nani Fiestacraft

Nel ruolo dei sette nani: marionette da dita Fiestacraft

I nani le proposero di restare con loro a patto che si fosse occupata della casa, Biancaneve promise che avrebbe tenuto in ordine la loro casetta. La mattina i nani andavano a lavorare nelle miniere, la sera ritornavano e la cena doveva essere pronta e le faccende sbrigate.

Durante la giornata la fanciulla era sempre sola e per questo i nani la misero in guardia: “Fai attenzione alla tua matrigna” le dissero “scoprirà presto che tu sei qui, per questo non devi aprire a nessuno!”.

La regina, credendo di aver visto il cuore Biancaneve, era certa di essere di nuovo la più bella del regno fino a che un giorno tornò davanti al suo specchio e disse: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” La regina, che sapeva che lo specchio non mentiva mai, capì che il cacciatore l’aveva ingannata e che Biancaneve era ancora viva. E, siccome lo specchio le aveva rivelato che la bambina si trovava nella casa dei sette nani, si mise ad escogitare un nuovo modo per ucciderla. Alla fine, si travestì da vecchia merciaia riuscendo a rendersi perfettamente irriconoscibile e così travestita arrivò fino alla casa dei nani, bussò alla porta e gridò: “Venite a vedere le cose belle che vendo!”. Biancaneve diede un’occhiata fuori dalla finestra e chiese: “Buon giorno, vecchina, cosa vendete?”. “Tante cose belle, piccina” rispose la vecchia “e cinture di tutti i colori.” E, così dicendo, ne tirò fuori una di seta colorata e gliela mostrò. “Questa brava donna posso lasciarla entrare” pensò Biancaneve, aprì la porta e si comprò la cintura colorata. “Aspetta bimba” disse la vecchia “te la allaccio io come si deve!” Biancaneve non sospettò nulla, le si mise davanti e si lasciò mettere la cintura nuova ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde a terra immobile. “Finalmente la tua bellezza è morta!” disse la perfida donna, e se ne andò. A sera, ritornarono i sette nani e si spaventarono tanto nel vedere la loro cara Biancaneve stesa a terra come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che aveva la vita troppo stretta, tagliarono la cintura. Allora Biancaneve incominciò a respirare e, a poco a poco, riprese vigore. Quando i nani sentirono ciò che era accaduto, dissero: “La vecchia merciaia era la regina! Stai attenta d’ora in avanti e non lasciar entrare più nessuno mentre noi non ci siamo!”.

La regina cattiva, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e domandò: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” All’udire queste parole la regina si infuriò perché capì che Biancaneve non era morta, così si rimise a pensare a come sbarazzarsi di lei e pensò di utilizzare un pettine avvelenato. Poi si travestì di nuovo e questa volta prese le sembianze di una povera donna. Andò alla casa dei nani, bussò alla porta e gridò: “Guardate quante belle cose ho da vendere!”. Biancaneve diede un’occhiata fuori dalla finestra e disse: “Non posso lasciar entrare nessuno, mi dispiace!”. Ma la vecchia disse: “Guarda che bei pettini!”. Tirò fuori quello avvelenato e glielo mostrò. A Biancaneve piacque così tanto quel pettinino che si lasciò raggirare, aprì la porta e lo comprò. Poi la vecchia disse: “Lascia che ti pettini io”. Biancaneve, nuovamente, non sospettò di nulla ma appena la vecchia le infilò il pettine fra i capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde a terra come morta. “Finalmente è finita per te!” disse la vecchia, e se ne andò. Ma, per fortuna ,era quasi sera e i sette nani stavano per ritornare. Non appena tornarti videro Biancaneve distesa a terra come morta, trovarono il pettine avvelenato, lo tolsero e Biancaneve si riprese. Quando Biancaneve raccontò ai nani ciò che le era accaduto, essi le raccomandarono ancora una volta di stare attenta e di non aprire la porta a nessuno per nessun motivo.

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Nel ruolo della regina cattiva travestita da vecchina: marionetta da mano Quality and Learning Toys

A casa, la regina si mise davanti allo specchio e disse: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” A queste parole la regina si infuriò ed iniziò a gridare: “Biancaneve deve morire, dovesse costarmi la vita!”  Quindi preparò una mela velenosissima, bella rossa e mortale. Quando la mela fu pronta, ella si travestì da contadina e così camuffata arrivò fino alla casa dei nani. Quando la regina bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: “Non posso lasciar entrare nessuno, i nani me lo hanno proibito!”. “Non importa” rispose la contadina “Ti posso vendere le mie mele dalla finestra, ma prima tieni, voglio regalartene una.”  “No, grazie” disse Biancaneve, “non posso accettare nulla.” “Hai forse paura che ti avveleni?” disse la vecchia. “Facciamo così: tu mangerai la parte rossa e io quella bianca.” Ma la mela era fatta così bene che soltanto la parte rossa era avvelenata. Biancaneve desiderava tanto la bella mela e, quando vide che la contadina ne staccava un morso non riuscì più trattenersi, prese la sua metà e al primo boccone cadde a terra morta. Allora la regina disse: “Questa volta nessuno ti risveglierà!”.

La regina allora tornò a casa e domandò allo specchio: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” Finalmente lo specchio rispose: “Tu, mia regina, sei la più bella!” e finalmente ebbe pace. La sera, quando i nani tornarono a casa, trovarono Biancaneve distesa a terra morta. La sollevarono, guardarono se vi fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono i vestiti, le pettinarono i capelli, la lavarono, tutto inutilmente: la bambina era morta e non si risvegliò. La distesero allora in una bara, vi si sedettero accanto tutti e sette e la piansero per tre giorni interi e quando arrivò il momento di sotterrarla lei era ancora così fresca e le sue guance erano così rosse che sembrava ancora in vita. Allora decisero che non l’avrebbero seppellita nella terra, fecero una bara di cristallo per poterla continuare ad ammirare e ve la deposero dentro scrivendo sopra il suo nome a lettere d’oro e che era figlia di un re, poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi rimase sempre a guardia. Biancaneve giacque per molto, molto tempo nella bara e sembrava che dormisse poiché era ancora bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.

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Nel ruolo del principe: marionetta da mano Quality and Learning Toys

Un bel giorno un principe capitò nel bosco, vide la bara di Biancaneve sul monte e lesse ciò che vi era scritto a caratteri d’oro. Allora disse ai nani: “Lasciatemi la bara; vi darò ciò che vorrete in compenso”. Ma i nani risposero: “Non la cediamo per tutto l’oro del mondo”. “Allora regalatemela” disse il principe “non posso più vivere senza vedere Biancaneve: voglio onorarla e ossequiarla come colei che mi è più cara al mondo.” A queste parole i buoni nani si impietosirono e gli diedero la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Mentre i servi la trasportavano inciamparono in uno sterpo e in seguito all’urto il pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva inghiottito le uscì dalla gola, lei tornò in vita, si mise a sedere e disse: “Dove sono?”. “Sei con me!” rispose il principe pieno di gioia, le raccontò ciò che era avvenuto e aggiunse: “Ti amo al di sopra di ogni altra cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa”. Biancaneve acconsentì e andò con lui, e le nozze furono allestite con grande splendore.

Alla festa fu invitata la perfida matrigna la quale, indossato il suo abito più sontuoso andò allo specchio e chiese: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” Lo specchio rispose: “Qui sei la più bella, mia Regina, ma molto più bella è la sposina!” All’udire queste parole, la regina cattiva si infuriò, da principio non voleva più assistere alle nozze, ma l’invidia la tormentava al punto che dovette andare a vedere chi fosse la giovane regina. Entrando, vide che si trattava di Biancaneve, impietrì per l’orrore e cadde a terra morta per la rabbia.

Biancaneve ed il principe si sposarono quel giorno e da allora vissero per sempre felici e contenti.