0

Biancaneve

Tanto tempo fa, in un freddo inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo, una bella regina cuciva seduta accanto alla finestra e mentre cuciva si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso del sangue era così bello su quel candore, che ella pensò fra sé: “Oh, vorrei avere una bambina bianca come la neve, con le labbra rosse come il sangue e con i capelli neri come il legno della finestra!” Il suo desiderio fu ascoltato e poco tempo dopo diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l’ebano e, per questo, la chiamarono Biancaneve. Purtroppo, la regina morì nel darla alla luce.

Il re, che pure voleva molto bene alla regina, dopo un anno decise di prendere nuovamente moglie e scelse una donna bella, ma orgogliosa la quale non poteva sopportare che ci fosse qualcuna più bella di lei. La nuova regina aveva uno specchio che, quando vi si specchiava e diceva: ”Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” lo specchio rispondeva: ”Tu, mia regina, sei la più bella!” E la regina era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità.

Bambola di stoffa Mouluin Roty

Nel ruolo della bellissima regina cattiva: Bambola Constance Moulin Roty

Biancaneve però cresceva diventando sempre più bella e, quando ebbe sedici anni, era ormai più bella della regina tanto che un giorno la regina interrogò lo specchio al solito modo e lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma di te è più bella Biancaneve dalla chioma corvina!” All’udire queste parole, la regina sbiancò per l’invidia e da quel momento in poi, iniziò ad odiare Biancaneve.

Bambola di stoffa Biancaneve Fiestacraft

Nel ruolo di Biancaneve: Bambola di stoffa Biancaneve Fiestacraft

Invidia e superbia crebbero a tal punto in lei, da non lasciarle più pace così un giorno chiamò un cacciatore e gli disse: “Conduci Biancaneve nella foresta, uccidila e portami il suo cuore come prova della sua morte”. Il cacciatore ubbidì e portò Biancaneve nel bosco, ma quando estrasse il coltello per ucciderla, lei si mise a piangere e disse: “Risparmiami la vita, ti prego! Me ne andrò nel bosco e non tornerò mai più a casa!”  Era così bella che il cacciatore ne ebbe pietà e disse: “Vai pure, povera bimba”. Anche se pensava che non sarebbe sopravvissuta nel bosco da sola, il cacciatore si sentiva sollevato a non doverla uccidere, poi prese un piccolo cinghiale, lo sgozzò, gli prese il cuore e lo portò come prova alla regina.

Intanto Biancaneve era tutta sola nella foresta, e aveva talmente paura non sapeva cosa fare per mettersi in salvo. Allora si mise a correre disperatamente e corse finché la ressero le gambe. Arrivata la sera vide una piccola casetta nascosta tra gli alberi e vi entrò per riposarsi. Nella casetta ogni cosa era piccola ma straordinariamente pulita, c’era un tavolino ricoperto da una tovaglietta bianca apparecchiato con sette piattini, ogni piattino aveva a fianco un cucchiaino un coltellino una forchettina ed un bicchierino. Lungo la parete, l’uno accanto all’altro, c’erano sette lettini, coperti di lenzuola pulite. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, così mangiò un po’ di verdura e di pane da ciascun piattino, e bevve una goccia d vino da ogni bicchierino. Poi, siccome che era molto stanca, cercò di stendersi in un lettino ma non ce ne era uno che le andasse bene: erano tutti o troppo corti o troppo grandi, solo il settimo fu quello giusto, vi si coricò e si addormentò.

Quando fu notte arrivarono i padroni di casa: erano sette nani che estraevano i minerali dalle miniere nei monti. Accesero le loro candele e si accorsero che era entrato qualcuno perché non era tutto in ordine come l’avevano lasciato. Il primo nano disse: “Chi è seduto sulla mia seggiola?” Il secondo: “Chi ha mangiato dal mio piatto?”. Il terzo: “Chi ha preso un pezzo del mio panino?”. Il quarto: “Chi ha mangiato un po’ della mia verdura?”. Il quinto: “Chi ha usato la mia forchetta?”. Il sesto: “Chi ha tagliato con il mio coltello?”. Il settimo: “Chi ha bevuto dal mio bicchiere?” Poi il primo nano si guardò intorno e vide che il suo letto era un po’ schiacciato e disse: “Chi ha schiacciato il mio letto?”. Gli altri arrivarono di corsa e gridarono: “Anche nel mio c’è stato qualcuno!”. Ma il settimo nano, quando guardò nel suo letto vide Biancaneve addormentata. Allora chiamò gli altri che accorsero, presero le loro candele e illuminarono Biancaneve. “Ah, Dio mio!” esclamarono “che bella fanciulla!” E la lasciarono riposare nel lettino. Al mattino, Biancaneve si svegliò e, vedendo i sette nani, s’impaurì. Ma furono molto gentili: “Come ti chiami?” le chiesero. “Mi chiamo Biancaneve” rispose. “Come hai fatto ad arrivare fino alla nostra casa?” chiesero ancora i nani. Allora Biancaneve raccontò la sua storia, che la sua matrigna voleva farla uccidere, che il cacciatore le aveva risparmiato la vita e che aveva corso tutto il giorno finché non aveva trovato la loro casetta.

Marionette da dita Biancaneve e i sette nani Fiestacraft

Nel ruolo dei sette nani: marionette da dita Fiestacraft

I nani le proposero di restare con loro a patto che si fosse occupata della casa, Biancaneve promise che avrebbe tenuto in ordine la loro casetta. La mattina i nani andavano a lavorare nelle miniere, la sera ritornavano e la cena doveva essere pronta e le faccende sbrigate.

Durante la giornata la fanciulla era sempre sola e per questo i nani la misero in guardia: “Fai attenzione alla tua matrigna” le dissero “scoprirà presto che tu sei qui, per questo non devi aprire a nessuno!”.

La regina, credendo di aver visto il cuore Biancaneve, era certa di essere di nuovo la più bella del regno fino a che un giorno tornò davanti al suo specchio e disse: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” La regina, che sapeva che lo specchio non mentiva mai, capì che il cacciatore l’aveva ingannata e che Biancaneve era ancora viva. E, siccome lo specchio le aveva rivelato che la bambina si trovava nella casa dei sette nani, si mise ad escogitare un nuovo modo per ucciderla. Alla fine, si travestì da vecchia merciaia riuscendo a rendersi perfettamente irriconoscibile e così travestita arrivò fino alla casa dei nani, bussò alla porta e gridò: “Venite a vedere le cose belle che vendo!”. Biancaneve diede un’occhiata fuori dalla finestra e chiese: “Buon giorno, vecchina, cosa vendete?”. “Tante cose belle, piccina” rispose la vecchia “e cinture di tutti i colori.” E, così dicendo, ne tirò fuori una di seta colorata e gliela mostrò. “Questa brava donna posso lasciarla entrare” pensò Biancaneve, aprì la porta e si comprò la cintura colorata. “Aspetta bimba” disse la vecchia “te la allaccio io come si deve!” Biancaneve non sospettò nulla, le si mise davanti e si lasciò mettere la cintura nuova ma la vecchia strinse tanto e così rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde a terra immobile. “Finalmente la tua bellezza è morta!” disse la perfida donna, e se ne andò. A sera, ritornarono i sette nani e si spaventarono tanto nel vedere la loro cara Biancaneve stesa a terra come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che aveva la vita troppo stretta, tagliarono la cintura. Allora Biancaneve incominciò a respirare e, a poco a poco, riprese vigore. Quando i nani sentirono ciò che era accaduto, dissero: “La vecchia merciaia era la regina! Stai attenta d’ora in avanti e non lasciar entrare più nessuno mentre noi non ci siamo!”.

La regina cattiva, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e domandò: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” All’udire queste parole la regina si infuriò perché capì che Biancaneve non era morta, così si rimise a pensare a come sbarazzarsi di lei e pensò di utilizzare un pettine avvelenato. Poi si travestì di nuovo e questa volta prese le sembianze di una povera donna. Andò alla casa dei nani, bussò alla porta e gridò: “Guardate quante belle cose ho da vendere!”. Biancaneve diede un’occhiata fuori dalla finestra e disse: “Non posso lasciar entrare nessuno, mi dispiace!”. Ma la vecchia disse: “Guarda che bei pettini!”. Tirò fuori quello avvelenato e glielo mostrò. A Biancaneve piacque così tanto quel pettinino che si lasciò raggirare, aprì la porta e lo comprò. Poi la vecchia disse: “Lascia che ti pettini io”. Biancaneve, nuovamente, non sospettò di nulla ma appena la vecchia le infilò il pettine fra i capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde a terra come morta. “Finalmente è finita per te!” disse la vecchia, e se ne andò. Ma, per fortuna ,era quasi sera e i sette nani stavano per ritornare. Non appena tornarti videro Biancaneve distesa a terra come morta, trovarono il pettine avvelenato, lo tolsero e Biancaneve si riprese. Quando Biancaneve raccontò ai nani ciò che le era accaduto, essi le raccomandarono ancora una volta di stare attenta e di non aprire la porta a nessuno per nessun motivo.

Marionetta da mano Quality and Learning Toys

Nel ruolo della regina cattiva travestita da vecchina: marionetta da mano Quality and Learning Toys

A casa, la regina si mise davanti allo specchio e disse: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” E lo specchio rispose: “Tu sei bellissima, mia regina, ma lontano da qui, nella casetta dei sette nani, più bella di te è Biancaneve dalla chioma corvina!” A queste parole la regina si infuriò ed iniziò a gridare: “Biancaneve deve morire, dovesse costarmi la vita!”  Quindi preparò una mela velenosissima, bella rossa e mortale. Quando la mela fu pronta, ella si travestì da contadina e così camuffata arrivò fino alla casa dei nani. Quando la regina bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: “Non posso lasciar entrare nessuno, i nani me lo hanno proibito!”. “Non importa” rispose la contadina “Ti posso vendere le mie mele dalla finestra, ma prima tieni, voglio regalartene una.”  “No, grazie” disse Biancaneve, “non posso accettare nulla.” “Hai forse paura che ti avveleni?” disse la vecchia. “Facciamo così: tu mangerai la parte rossa e io quella bianca.” Ma la mela era fatta così bene che soltanto la parte rossa era avvelenata. Biancaneve desiderava tanto la bella mela e, quando vide che la contadina ne staccava un morso non riuscì più trattenersi, prese la sua metà e al primo boccone cadde a terra morta. Allora la regina disse: “Questa volta nessuno ti risveglierà!”.

La regina allora tornò a casa e domandò allo specchio: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” Finalmente lo specchio rispose: “Tu, mia regina, sei la più bella!” e finalmente ebbe pace. La sera, quando i nani tornarono a casa, trovarono Biancaneve distesa a terra morta. La sollevarono, guardarono se vi fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono i vestiti, le pettinarono i capelli, la lavarono, tutto inutilmente: la bambina era morta e non si risvegliò. La distesero allora in una bara, vi si sedettero accanto tutti e sette e la piansero per tre giorni interi e quando arrivò il momento di sotterrarla lei era ancora così fresca e le sue guance erano così rosse che sembrava ancora in vita. Allora decisero che non l’avrebbero seppellita nella terra, fecero una bara di cristallo per poterla continuare ad ammirare e ve la deposero dentro scrivendo sopra il suo nome a lettere d’oro e che era figlia di un re, poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi rimase sempre a guardia. Biancaneve giacque per molto, molto tempo nella bara e sembrava che dormisse poiché era ancora bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l’ebano.

Marionetta da mano Quality and Learning Toys

Nel ruolo del principe: marionetta da mano Quality and Learning Toys

Un bel giorno un principe capitò nel bosco, vide la bara di Biancaneve sul monte e lesse ciò che vi era scritto a caratteri d’oro. Allora disse ai nani: “Lasciatemi la bara; vi darò ciò che vorrete in compenso”. Ma i nani risposero: “Non la cediamo per tutto l’oro del mondo”. “Allora regalatemela” disse il principe “non posso più vivere senza vedere Biancaneve: voglio onorarla e ossequiarla come colei che mi è più cara al mondo.” A queste parole i buoni nani si impietosirono e gli diedero la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Mentre i servi la trasportavano inciamparono in uno sterpo e in seguito all’urto il pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva inghiottito le uscì dalla gola, lei tornò in vita, si mise a sedere e disse: “Dove sono?”. “Sei con me!” rispose il principe pieno di gioia, le raccontò ciò che era avvenuto e aggiunse: “Ti amo al di sopra di ogni altra cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa”. Biancaneve acconsentì e andò con lui, e le nozze furono allestite con grande splendore.

Alla festa fu invitata la perfida matrigna la quale, indossato il suo abito più sontuoso andò allo specchio e chiese: “Specchio fatato, in questo castello, hai forse visto aspetto più bello?” Lo specchio rispose: “Qui sei la più bella, mia Regina, ma molto più bella è la sposina!” All’udire queste parole, la regina cattiva si infuriò, da principio non voleva più assistere alle nozze, ma l’invidia la tormentava al punto che dovette andare a vedere chi fosse la giovane regina. Entrando, vide che si trattava di Biancaneve, impietrì per l’orrore e cadde a terra morta per la rabbia.

Biancaneve ed il principe si sposarono quel giorno e da allora vissero per sempre felici e contenti.

Annunci
0

I tre porcellini

 

In una piccola casetta in prossimità di un bosco vivevano tre porcellini con la loro mamma. Un giorno, quando ormai i tre porcellini erano cresciuti, e la loro casetta iniziava ad essere stretta, la mamma disse loro “Siete ormai troppo grandi per rimanere ancora qui. Andate per la vostra strada e costruitevi la vostra casa”.
Prima che se ne andassero da casa li avvisò di fare attenzione al lupo che abitava nei paraggi: “Vi prenderebbe per mangiarvi!” disse.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_1

Tutte le illustrazioni sono tratte dal libro di stoffa “I Tre Porcellini” Lilliputiens

Così i tre porcellini se ne andarono e per mettersi al sicuro dal lupo decisero di costruirsi tre casette. Arrivati ad un trivio si divisero ed ognuno scelse la propria strada.

Mentre camminava il Porcellino Piccolo incontrò un uomo che trasportava della paglia e gli chiese: “Per piacere, me ne dai un po’? Vorrei costruirmi una casetta”.
Ottenuta la paglia, costruì la sua casa in poco tempo e con poca fatica e pensò così di essere salvo dal lupo. La casa non era molto stabile, e nemmeno bella, ma lui aveva faticato poco per farla e gli era rimasto tanto tempo libero perciò era molto soddisfatto.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_2

Il Porcellino medio invece incontrò un uomo che portava della legna. “Costruirò la mia casa così!” disse “Il legno è più resistente della paglia!”. E lavorò duramente tutto il giorno per costruire la sua casa e a fine giornata aveva costruito una bella casetta di legno, abbastanza stabile e sicura per ospitarlo durante la notte e si sentì felice e al sicuro: “Adesso il lupo non mi prenderà e non mi mangerà” pensava anche lui.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_3

Il Porcellino Grande invece incontrò un uomo che trasportava mattoni. “Per piacere, dammi un po’ dei tuoi mattoni” disse “mi servono per costruirmi una casa.” E quando l’uomo glie li diede, si mise all’opera e dopo diversi giorni di duro lavoro terminò la sua nuova casetta: una casetta di calce e mattoni, solida e resistente “Ora il lupo non potrà prendermi per mangiarmi” pensò anche lui felice.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_4

Il giorno dopo il lupo arrivò alla casetta di paglia: ” Porcellino, fammi entrare” gridò. Ma il Porcellino Piccolo, che aveva capito che era il lupo, non lo lasciò entrare.
Allora il lupo cominciò a soffiare e a sbuffare. E soffiò e sbuffò così tanto che buttò giù la casetta di paglia. Impaurito, il porcellino piccolo corse a perdifiato verso la casetta di legno.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_5

Il fratello lo fece entrare e si chiusero la porta alle spalle. Pensando di essere al sicuro dentro la casetta di legno, i due porcellini risero alle spalle del fratello maggiore che si era costruito la casa in mattoni faticando molto più di loro.

Intanto il lupo inseguendo il Porcellino piccolo, arrivò davanti alla porta della casetta di legno.

“Aprite!” intimò ai due porcellini. “Vattene, non ci fai paura” risposero loro, certi che la loro casetta li avrebbe protetti. Allora il lupo raccolse tutto il fiato che aveva e soffiò e sbuffò, e soffiò e sbuffò sempre più forte e alla fine la porta di legno cedette e ai due porcellini non restò altro che correre dal fratello maggiore.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_6

I tre fratelli fecero appena in tempo a chiudere la porta in faccia al lupo. Il lupo arrivato davanti alla casa di mattoni soffiò e sbuffò sempre più forte, ma presto capì che questa volta non sarebbe bastato soffiare sulla casa per aprirsi un varco. Cominciò allora a battere i pugni sulla porta, ma questa, che era molto robusta, non cedette.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_7

Il lupo allora si arrampicò su un albero e, saltato sul tetto, pensò di entrare in casa dal camino. Il porcellino grande però aveva visto il lupo salire sul tetto e, svelto, accese un bel fuoco nel caminetto,  vi mise a scaldare un grande pentolone pieno d’acqua e aspettò che il lupo vi cadesse dentro.

Il lupo, scendendo dal camino cadde nell’acqua bollente e, stanco e bruciacchiato, ne uscì di corsa e scappò via per non farsi più vedere.

Libro di stoffa Lilliputiens I tre porcellini_8

Da quel giorno i tre porcellini vissero al sicuro nella bella casetta di mattoni.

0

I Musicanti di Brema

Un uomo aveva un asino che dopo molti anni di fedele servizio era ormai stanco e non era più capace di lavorare come un tempo. Allora il padrone pensò di sbarazzarsene ma l’asino se ne accorse e scappò verso Brema dove pensava di entrare nella banda municipale.

Ride-on asinello cavalcabile LBTM

Nel ruolo dell’asino: Asinello cavalcabile LBTM

Dopo aver camminato un po’, l’asino incontrò un cane da caccia che, steso sul bordo della strada, sembrava sfinito. “Perché‚ sei così stanco?” domandò l’asino. “Oh,” rispose il cane, “Sono vecchio e debole e non posso più andare a caccia, così il mio padrone voleva uccidermi, e io sono scappato! Ma adesso di cosa potrò vivere?” – “Io vado a Brema a fare il musicante” – disse l’asino – “vieni con me” Il cane accettò e andarono avanti.

cagnolino di peluche Jellycat_1

Nel ruolo del cane: Cane di Peluche Jellycat

Dopo poco incontrarono un gatto dall’aspetto molto triste. “Cosa ti è successo?” domandò l’asino. ” Sono invecchiato, non sono più quello di una volta e preferisco starmene accanto al camino invece che dare la caccia ai topi e per questo la mia padrona ha tentato di annegarmi. Mi sono salvato, è vero, ma adesso non so dove andare” – “Vieni con noi a Brema: se sai cantare puoi entrare nella banda con noi.” Il gatto acconsentì e andò con loro.

gattino bianco di peluche_Jellycat

Nel ruolo del gatto: Gatto di peluche Jellycat

Poi i tre animali in fuga passarono davanti a un cortile; sul portone c’era il gallo del pollaio che strillava. “Perché strilli così forte?” disse l’asino “Domani verranno ospiti, – rispose il gallo – e la padrona di casa ha detto alla cuoca che vuole mangiarmi lesso, e questa sera mi taglieranno il collo. Così, adesso grido fino a che mi è possibile.” – “Ma no!” disse l’asino, “vieni con noi, andiamo a Brema; non è meglio seguirci che morire? Tu hai una bella voce e possiamo fare musica tutti insieme!” Al gallo piacque la proposta e se ne andarono tutti e quattro.

gallo

nel ruolo del gallo: John il gallo Lilliputiens

Dato che non potevano raggiungere Brema in un solo giorno e che stava arrivando la sera, decisero di passare la notte in un bosco. L’asino e il cane si sdraiarono sotto un albero alto, mentre il gatto e il gallo salirono sui rami. Prima di addormentarsi il gallo si guardò intorno e gli parve di vedere in lontananza una piccola luce, così disse ai compagni che lì doveva esserci una casa. Allora l’asino disse: “Andiamo a vedere, sarà sempre meglio che dormire nel bosco!” E il cane aggiunse: “Magari troviamo anche qualcosa da mangiare!” E si avviarono verso la zona da cui proveniva la luce finché giunsero davanti a una casa bene illuminata dove abitavano dei briganti. L’asino, che era il più alto dei quattro, si avvicinò alla finestra e guardò dentro. “Cosa vedi?” chiese il gallo. “Vedo una tavola apparecchiata e attorno i briganti che mangiano.” rispose l’asino. “Sarebbe perfetta per noi” disse il gallo. ” E’ vero, vorrei essere lì!” esclamò l’asino. Allora gli animali si consultarono su come cacciare i briganti fuori di casa e alla fine trovarono il sistema: l’asino si appoggiò alla finestra con le zampe anteriori, il cane salì sulla schiena dell’asino, il gatto si arrampicò sul cane, e infine il gallo si posò sulla testa del gatto. Fatto questo, incominciarono tutti insieme a fare rumore: l’asino ragliava, il cane abbaiava, il gatto miagolava e il gallo cantava e piombarono nella stanza attraverso la finestra rompendone i vetri. I briganti, spaventati da quel rumore, credettero che fosse entrato un mostro e spaventati fuggirono nel bosco. Cacciati i briganti, i quattro compagni si misero a tavola e mangiarono fino a saziarsi. Quando ebbero finito, i quattro animali spensero la luce e si accomodarono per dormire. L’asino si sdraiò fuori, sul letamaio, il cane si mise dietro la porta, il gatto sulla cenere del camino e il gallo si accovacciò sulla trave maestra e si addormentarono subito. Passata la mezzanotte, i briganti da lontano videro che in casa la luce era spenta e tutto sembrava tranquillo; allora il capo disse: “Non avremmo dovuto farci spaventare!” e mandò uno dei briganti ad ispezionare la casa. Il brigante, trovando tutto tranquillo, andò in cucina per accendere un lume e, scambiando gli occhi del gatto per carboni ardenti, vi accostò un fiammifero per accenderlo. Ma il gatto gli saltò in faccia sputando e graffiando. Il brigante, spaventatissimo, tentò di fuggire dalla porta sul retro, ma lì c’era il cane che lo morse a una gamba, e quando attraversò il cortile, passando davanti al letamaio, l’asino gli diede un calcio con le zampe di dietro e il gallo, che si era svegliato per il gran rumore, strillò dalla sua trave: “Chicchiricchì!” Allora il brigante tornò dal suo capo correndo a perdifiato e disse: “In casa c’è un’orribile strega che mi ha soffiato addosso e mi ha graffiato la faccia con le sue unghie, sulla porta c’è un uomo con un coltello che mi ha ferito alla gamba, nel cortile c’è un mostro nero che mi si è scagliato contro con una mazza di legno; e per giunta, in cima al tetto, il giudice gridava: Portate quel brigante qui!’ Allora sono fuggito e lì non voglio più tornare!”
Da quel giorno i briganti non tornarono più nella casa, e i quattro musicanti di Brema, che ci stavano così bene, che non decisero che lì sarebbero rimasti e a Brema ad unirsi alla banda sarebbe andato qualcun altro!

0

Il soldatino di stagno

C’erano una volta venticinque soldatini tutti fratelli, perché tutti fusi dallo stesso cucchiaio di stagno. Avevano il fucile e la divisa rossa e se ne stavano tutti impettiti nella loro scatola. La prima cosa che i soldatini sentirono, quando fu tolto il coperchio della scatola, fu il grido: «Soldatini di stagno!» del bambino che li aveva ricevuti in regalo per Natale. Egli li mise tutti sulla tavola: ogni soldato era identico agli altri, soltanto l’ultimo aveva una gamba sola poiché non era rimasto abbastanza stagno, ma egli stava saldo su quell’unica gamba, quanto gli altri sulle loro due.

Birilli in legno Orange Tree Toys

Nel ruolo dei soldatini di stagno: Birilli in legno Orange Tree Toys

Sulla tavola dove si trovavano c’erano molti altri giocattoli ma quello che più attirava lo sguardo del soldatino dalla gamba sola era un grazioso castello di cartone.

Castello di cartone Krooom

Nel ruolo del Castello: Castello di Cartone Krooom

Dalle piccole finestre del castello si poteva vedere nella sala, davanti al castello erano piantati degli alberelli attorno ad uno specchio che doveva raffigurare un laghetto e sul lago nuotavano specchiandosi alcuni piccoli cigni di cera. Tutto questo era molto bello ma la cosa più bella, era una piccola signora in piedi vicino al portone aperto del castello, con un vestito di tulle, ed un sottile nastrino azzurro sulle spalle, nel mezzo del nastro era appuntata una stellina lucente, grande come tutto il suo viso. La signora teneva le braccia alzate come una ballerina, e teneva un piede così in alto, per aria, che il soldato, non vedendolo, pensò che anche lei avesse una gamba sola.

Bambola di stoffa RAgtales

Nel ruolo della ballerina: Sophie, bambola di stoffa Ragtales

«Quanto Mi piacerebbe poterla sposare!» — si disse — «Ma è troppo raffinata per me, abita in un castello, ed io ho solo una scatola che devo dividere con altri ventiquattro compagni: non sarebbe una casa adatta a lei! Voglio provare però a conoscerla.» — E si distese dietro ad una scatolina che stava sulla tavola. Da lì poteva osservare comodamente la bella ballerina, che non si stancava mai di starsene dritta su una gamba sola, senza mai perdere l’equilibrio.

Venuta la sera, gli altri soldatini furono riposti nella loro scatola, e quelli di casa andarono a dormire. Allora i giocattoli, come facevano ogni notte, cominciarono a giocare per conto loro. I soldati strepitavano dentro alla scatola, perché avrebbero voluto unirsi al gioco, ma non riuscivano a sollevare il coperchio. Lo schiaccianoci faceva le capriole, il gessetto si sbizzarriva in mille disegni sulla lavagna, fecero tutti un tale rumore che anche il canarino si svegliò ed iniziò a cantare. I soli che non si mossero dal loro posto furono il soldatino e la ballerina. La ballerina rimase dritta come un fuso sulla punta d’un piede, con le braccia alzate sopra la testa e il soldatino sulla sua unica gamba, non le tolse un istante gli occhi di dosso.

Quando arrivò la mezzanotte saltò il coperchio della scatola dietro la quale si era nascosto il soldatino con una gamba sola e ne uscì un diavoletto nero.

«Soldatino» — disse il diavolo nero: «A forza di guardare la bella ballerina ti consumerai gli occhi!»

Ma il soldatino fece finta di non sentire.  

Quando venne il mattino e i bambini si alzarono, il soldatino di stagno fu messo sul davanzale della finestra, e, fosse per colpa del diavolo nero o per un colpo di vento, la finestra si spalancò e il soldatino precipitò dal terzo piano. Fu una caduta tremenda e il povero soldatino rimase conficcato con la baionetta nel terreno e la sua unica gamba per aria.

Il ragazzino corse subito giù a cercarlo; gli andò anche vicino tanto da rischiare di pestarlo, e pure non riuscì a vederlo. Se il soldatino avesse gridato: «Eccomi qui!» — l’avrebbe subito trovato ma, essendo in divisa, non gli parve decoroso mettersi a gridare.

Cominciò a piovere e i goccioloni si fecero sempre più fitti fino a che venne un vero acquazzone. Quando smise di piovere passarono di lì due monelli.

«Guarda, guarda!» — esclamò uno: «Un soldatino di stagno! Facciamolo navigare!»

Fecero una barchetta con un pezzo di giornale, ci misero dentro il soldatino e lo fecero salpare nel rigagnolo della via correndogli dietro battendo le mani. Che onde c’erano in quel rigagnolo e che corrente terribile! La barchetta di carta beccheggiava forte e girava così rapidamente che il soldato sussultava ma, coraggioso com’era, continuava a guardare fisso davanti a sé e a tenere il fucile in spalla.  Improvvisamente, la barca scivolò in un tombino dove era buio pesto, come nella sua scatola.

«Dove sarò capitato?» — pensava: «Quest’è tutta opera del diavolo nero. Ah, se ci fosse qui con me la mia ballerina, mi farei coraggio malgrado il buio!»

In quel momento, sbucò un vecchio ratto, che abitava nel tombino.

soldatino di stagno_ topo

«Hai il passaporto?» — domandò il ratto: «Dammi il passaporto!»

Ma il soldato rimase muto e strinse ancora di più la sua arma. La barchetta proseguiva e il ratto le andava dietro digrignando i denti, e gridando: «Fermatelo! fermatelo! Non ha pagato il pedaggio, non ha presentato il passaporto!»

La corrente divenne sempre più forte: il soldatino incominciava a vedere una luce provenire da fuori il tombino; ma all’improvviso sentì uno scroscio: il rigagnolo, appena fuori dal tombino si buttava in un largo canale con un salto tanto pericoloso per quella barchetta quanto lo sarebbe stata per noi la cascata del Niagara.

Oramai, il pericolo era così vicino, che non poteva più evitarlo. La barchetta precipitò, il povero soldatino si tenne dritto, la barca girò su sé stessa tre o quattro volte, si riempì d’acqua sino all’orlo, ed era sul punto di affondare: il soldato era nell’acqua fino al collo, e la barca sprofondava, la carta inzuppata era lì per sfasciarsi e l’acqua si stava per chiudere sopra la testa del soldato… il soldatino con una sola gamba pensò allora alla graziosa ballerina, che non avrebbe mai più rivisto. La carta si strappò ed il soldato cadde di sotto; ma proprio in quel momento, un grosso pesce lo inghiottì.

Allora sì, che si trovò al buio davvero! Si stava peggio lì che nel tombino, ma il soldato rimase impettito e, anche così, mantenne pur sempre il fucile in spalla.

Il pesce non si fermava un momento: per molto tempo andò qua e là ma alla fine, si fermò e fu attraversato come da un lampo: e allora qualcuno gridò forte: «Oh! il soldato di stagno!»

birilli Orange Tree Toys

Nel ruolo del soldatino di stagno: Birillo Soldatino Orange Tree Toys

Il pesce era stato pescato, portato al mercato e venduto, ed era capitato in cucina, dove la cuoca l’aveva aperto con un grande coltello.

Allora la cuoca prese il soldato e lo portò in salotto dove tutti lo vollero vedere meravigliandosi che avesse viaggiato nel ventre di un pesce, poi fu posto sulla tavola, e il soldatino di stagno si trovò nello stesso identico salotto dal quale partito, si vide attorno gli stessi bambini, e vide sulla tavola, tra gli stessi giochi, lo splendido castello con la bella ballerina, che se ne stava sempre dritta sulla punta di un piede ed alzava l’altro per aria, intrepida anche lei. Il nostro soldatino ne fu così commosso che avrebbe pianto lacrime di stagno, se non se ne fosse vergognato. Il soldatino e la ballerina si guardarono, ma non si dissero nulla.

A un tratto, uno dei bambini più piccini afferrò il soldato e lo gettò nella stufa, così, senza un perché. Anche di questo doveva aver colpa il diavolo nero della scatola.

Il soldatino si trovò tutto illuminato e sentì un terribile calore ma non riusciva a distinguere se fosse il fuoco vero e proprio, o l’immenso, ardente amore che provava per la ballerina. Non gli era rimasto più un briciolo di colore: che fosse conseguenza del viaggio o delle emozioni nessuno avrebbe potuto dirlo. La ballerina lo guardava ed egli guardava lei; e si sentiva struggere, ma rimaneva impettito, col fucile in spalla. In quel momento una porta si spalancò; il vento investì la signorina, ed essa, volando come una farfalla, andò a posarsi nel caminetto vicino al soldato: una vivida fiamma… e poi, più nulla. Il soldato si fuse sino a diventare un mucchietto informe, e il giorno dopo, quando la domestica venne a portar via la cenere, lo trovò ridotto come un cuoricino di stagno. Della bambolina non rimaneva altro che la piccola stella, ma tutta bruciata, nera come il carbone.

soldatino di stagno_ cuore

0

La fiaba dell’uccello grifone

Questa antica fiaba tradizionale appartiene al repertorio di fiabe che mia nonna raccontava a mio padre e ai suoi fratelli quando erano bambini, mio padre l’ha raccontata a me e mio fratello, cantando per noi le filastrocche in essa contenute e adesso io la racconto alle mie figlie.

Si tratta di una fiaba che affonda le sue radici nella tradizione folkloristica europea, è presente in tantissime varianti in diverse parti dell’Europa centrale e settentrionale e Italo calvino l’ha inserita nella sua raccolta di Fiabe italiane. 

Ecco la versione di mio padre, che non si discosta molto da quella di Italo Calvino.

Tanto tempo fa, in un bel castello, viveva un re che aveva una malattia molto grave. Il re aveva interpellato tutti i medici del regno per trovare un rimedio.

Castello giocattolo in legno Legler

Il castello del Re: castello giocattolo in legno Legler

“Non c’è medicina che ti possa guarire, maestà”, gli dicevano i medici, ma un giorno arrivò a corte una vecchia maga che, in cambio dell’ospitalità, gli disse che sarebbe guarito se avesse trovato una penna dell’uccello grifone, un uccello che viveva su una pianta altissima e mangiava le persone, come un drago”.

Allora il re chiamò i due figli e disse loro: “Se tenete alla mia vita, dovete portarmi una penna dell’uccello grifone. Prendete un cavallo, partite e trovatela ma, soprattutto, tornate da me!”
I due fratelli partirono insieme, ma fatta poca strada il più grande disse: “Io vado di qua, tu di là, così potremmo cercare meglio. Ci ritroveremo qui, in questo punto, tra un anno”. E si separarono.

Ma i due fratelli avevano animo differente: il più giovane voleva bene a suo padre, era dispiaciuto per la grave malattia mentre il maggiore, si augurava che morisse per diventare Re tanto che, invece di darsi da fare alla ricerca della penna dell’uccello grifone, si fermò in una città, sperperò ogni suo avere, si vendette perfino il cavallo e si ridusse a fare la vita del vagabondo.

Cavallo a dondolo in legno Pintoy

Nel ruolo del cavallo del principe: Cavallo a dondolo Shetland Pintoy

Il più giovane invece camminò per giorni e notti, chiedendo in ogni paese notizie dell’uccello grifone e tutti lo guardavano intimoriti e meravigliati. “Quello lì vuole morire”, commentavano. Finché arrivò in un paese sconosciuto e nel bosco incontrò una vecchina che trasportava sulle spalle una fascina di legna. Il giovane principe, poiché aveva il cuore buono, si mosse a compassione per la vecchina e, sceso da cavallo, si offrì di aiutarla a trasportare la legna. La vecchia, sollevata, passò al giovane il suo carico e si fece accompagnare a casa dove, per ringraziarlo, gli svelò di essere la maga, gli indicò la pianta altissima dove viveva l’uccello grifone e gli insegnò come prendergli la penna. “Sali sulla pianta – disse – e nasconditi bene tra i rami in modo che non ti veda. Quando ti sei sistemato per bene, scegli una penna dell’uccello e tienila stretta, ma non muoverti. Allo spuntare del sole l’uccello si alzerà in volo, allora tu non lasciare la penna, continua a tenerla stretta e lei ti resterà tra le mani”.

Così fece e strappò una penna all’uccello grifone.

Tutto contento, il giovane principe prese la via del ritorno. “Chissà cosa avrà fatto mio fratello” – pensava – “Sarà certamente contento che abbiamo la penna, così nostro padre guarirà!”.

 E cammina e galoppa, alla fine arrivò al luogo dell’incontro. Suo fratello era lì ad aspettarlo, lacero e sporco per il suo vagabondare.
“Ho trovato la penna dell’uccello grifone” – gridò il giovane principe, appena lo vide, – “Lo vedo!” – disse il fratello maggiore – “Invece miei cavalli sono morti per la stanchezza ed io ho speso i miei soldi per ricompensare le persone che mi aiutavano a cercare la penna, ma senza successo, e adesso guarda come sono ridotto!” – disse mentendo – “Non importa fratello mio! – lo consolò il più giovane – l’importante è che uno di noi due l’abbia trovata e che torniamo vivi e vegeti da nostro padre” “Posso vederla?”  domandò il fratello grande, e mentre suo fratello si girava per prenderla estrasse dalla tasca un coltello, lo ammazzò e seppellì il corpo in un prato fiorito, quindi indossò i vestiti del fratello ucciso, prese i suoi cavalli e tornò a casa.

“Papà! Ti ho portato la penna dell’uccello grifone” – disse rientrando al castello – “Ma tuo fratello dov’è che non lo vedo!” – chiese il padre preoccupato – “Non lo so. Per cercare meglio abbiamo preso due strade diverse. Speriamo non sia rimasto preda delle bestie feroci” – disse il principe ostentando preoccupazione.
Il re, grazie alla penna dell’uccello grifone guarì aspettando, giorno dopo giorno, il ritorno del figlio minore, ma invano perché il giovane principe era sepolto nel prato che da allora era eternamente in fiore.

Passò molto tempo. Un giorno, sul luogo della sepoltura, un pastorello trovò un osso con il quale si costruì un flauto.

Flauto in legno Tidlo

Nel ruolo del flauto di osso: Flauto in legno Tidlo

Quando provò a suonarlo, ne uscì come per miracolo una voce che cantava così:

“Pastorello pastorello che mi tieni in bocca
tienimi stretto e non mi lasciare
per una piuma di uccello grifone
uno è stato un traditore”

Era lo spirito del giovane principe che ancora viveva anche se il corpo si era ormai consumato.

Presto il pastorello divenne famoso suonando il suo flauto incantato in giro per le fiere, la gente ne parlava e la cosa giunse all’orecchio del re che convocò il pastorello a corte. “Ho sentito che hai un flauto che canta da solo. Posso sentirlo?” – disse – “Subito, maestà”. E il pastorello iniziò a suonare. Quando il re sentì la melodia riconobbe la voce del figlio e l’anima gli si riempì di dolore. Volle provare a suonare lui stesso il flauto.

“O padre mio che mi tieni in bocca
tienimi stretto e non mi lasciare
per una piuma di uccello grifone
uno è stato un traditore””

Un terribile sospetto si annidò nella mente del re. “Portatemi qui il principe” – ordinò alle guardie. Appena il principe fu arrivato lo obbligò a suonare il flauto.

“Fratello mio che mi tieni in bocca
tienimi stretto e non mi lasciare
per una piuma di uccello grifone
Tu sei stato il traditore”

Il re aveva capito perché il suo figlio minore non tornava più.

“Scegli il tuo castigo”, disse al figlio maggiore. Poi triste e sconsolato, si ritirò in disparte a meditare sulla crudeltà della vita: era guarito ma a causa della sua guarigione era rimasto senza figli.

Ancora oggi nelle fiere si racconta che tanti anni fa c’era un pastorello che meravigliava il mondo con il suo flauto incantato fatto di osso che cantava con voce umana.

Bambolotto di stoffa Ragtales

Nel ruolo del pastorello: Bambolotto di stoffa Tommy, Ragtales

 

0

La favola del Gatto Mammone

Ricordo che quando ero piccola, tanto tanto tempo fa, uno dei momenti più belli della giornata era la sera, quando mio papà mi raccontava le favole prima di mettermi a letto. Le sue erano favole che arrivavano da lontano, che affondavano le radici nelle tradizioni popolari Italiane e che lui aveva sentito da sua mamma la quale le aveva a sua volta sentite dalla madre, e così via, indietro nel tempo, in una linea ininterrotta fino a chissà quando.

Da adulta, diventata mamma, ho ricercato le sue fiabe per poterle raccontare alle mie bambine e le ho trovate nelle raccolte di Basile, di Gherardo Nerucci, di Carlo Gozzi o di Italo Calvino e, con pazienza, le ho trascritte in una lingua più semplice per poterle leggere alle bambine prima di andare a dormire.

Una delle mie fiabe preferite è quella del Gatto Mammone, che ho ritrovato nella raccolta “Sessanta Novelle Popolari Montalesi” di Gerardo Nerucci.

Ecco qui la mia trascrizione:

C’era una volta una contadina che aveva una figlia ed una figliastra, la figliastra, di nome Caterina, era molto bella mentre la figlia era davvero brutta.
Madre e figlia erano invidiose di Caterina perché, oltre alla sua bellezza, era anche molto buona e gentile, le facevano dispetti continui e cercavano in tutti i modi che a lei accadesse qualche malanno che la facesse diventare più brutta.
Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni di quelle arpie, e invece di diventare brutta per gli strapazzi, sembrava diventare ogni giorno più bella.

Bambola di pezza Moulin Roty

Nel ruolo della bella Caterina: miss incantata, bambola di pezza Moulin Roty

Una mattina, la Contadina disse alla figlia brutta: – “Sai cosa ho pensato? Mandiamo Caterina a prendere il setaccio dalle Fate, che sono dispettose e gli graffieranno il viso; e così lei diventerà brutta e nessuno la guarderà più” – “Sì, sì!” – esclamò la Brutta, gongolando di gioia maligna. – “Le Fate sono cattive e loro la conceranno per le feste” – Subito la contadina chiamò Caterina: – “Forza, c’è da fare il pane stamattina, e a noi manca il setaccio. Svelta! Vai dalle Fate nel bosco e chiedi loro il setaccio in prestito. Sbrigati!”
–A questo comando Caterina sbiancò per la paura, perché lei aveva sentito dire che le Fate facevano brutti dispetti a chi andava a trovarle. Pianse e supplicò quindi la matrigna che non la mandasse, ma tutto fu inutile, perché la contadina e la Brutta la trattarono male e la minacciarono di picchiarla; così Caterina, pensando che le fate non gli avrebbero potuto far peggio, ubbidì e piangendo s’avviò in verso il bosco dove stavano le Fate.

Quando giunse al limite del bosco gli venne incontro un Vecchietto, che, vedendola in lacrime, le disse: – “Che avete, bella fanciulla, che sembrate così afflitta?” – Caterina gli raccontò allora tutti i suoi mali, e che in casa la odiavano a morte, e che la mandavano a chiedere il setaccio alle Fate, perché loro le facessero del male.
Disse il Vecchietto: – “Non abbiate paura di nulla; c’è un rimedio. Io vi insegnerò come dovete fare, se seguirete i miei consigli non ve ne pentirete. Ma prima, per favore, guardate qui: cosa ho io in testa, che mi sento tanto prudere?” – Il Vecchietto chinò giù la testa, e Caterina dopo che l’ebbe guardata bene, esclamò: – “Io vedo soltanto perle e oro.” –Allegro il Vecchietto rispose: – “E perle e oro toccheranno anche a voi. Ma statemi a sentire e fate come vi dico: Quando sarete sulla porta di casa delle Fate, bussate con garbo e se loro diranno: – Infila un dito nel buco della chiave, – voi infilateci un rametto, che loro ve lo taglieranno subito. Aperta la porta, le Fate vi condurranno subito in una stanza piena di gatti: chi cucinerà, chi filerà, chi farà la calza, e, insomma, ognuno occupato al suo lavoro. Voi aiutateli senza che vi venga richiesto. Poi andrete in cucina; e anche lì ci saranno dei gatti intenti alle loro faccende: aiutateli come avrete aiutato gli altri.
Dopo sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che voi avrete fatto per loro. Il Mammone allora vi domanderà: – Cosa desideri per colazione? Pane nero e cipolle o pane bianco e formaggio? – E voi rispondete: – Pane nero e cipolle. – Ma loro vi daranno pane bianco e formaggio. Poi il Mammone v’ inviterà a salire su per una scala meravigliosa tutta di cristallo. Fate attenzione a non romperla. Al piano di sopra scegliete sempre le cose peggiori fra quelle che vi vorranno regalare le Fate.” –

Caterina promise al Vecchietto di ubbidirlo in tutto, e poi lo ringraziò per la sua bontà, gli disse addio e s’avviò più serena verso la casa delle Fate; e lì, dopo aver picchiato all’uscio, si comportò secondo i consigli ricevuti così gli fu aperto e subito lei domandò il setaccio alle Fate. Le fate le risposero: – “Aspetta; ora te lo portiamo. Intanto entra qui” –
E la condussero in una stanza piena di gatti, che lavoravano tantissimo. – “Poveri micini!” – esclamò. – “Con queste zampine che fatica dovete fare! Date qua, lo farò io per voi!” – e preso il lavoro dei gatti in quattro e quattr’otto lo finì. Poi in cucina rigovernò, spazzò e rimise in ordine tutti gli attrezzi. Chiamarono allora il Mammone e i gatti miagolando gli dicevano: – “A me ha cucito.” – “A me ha fatto la calza.” – “A me ha rigovernato.” – e così raccontarono tutti dell’aiuto ricevuto da Caterina.

Moulin Roty gatto di pezza

Nel ruolo del gatto mammone: Agathe, pupazzo di peluche Moulin Roty

Il gatto Mammone, quando ebbe sentito le opere di Caterina, le disse: – “Che vuoi per colazione? Pane nero e cipolle, oppure, pane bianco con del formaggio?” – “Oh! datemi pane nero e cipolle,” – rispose Caterina. – “Non sono abituata a mangiare altro.” – Ma il gatto Mammone le diede pane bianco e formaggio.
Dopo, il Mammone invitò Caterina a salire al piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo, Caterina si levò gli zoccoli e salì scalza con tale attenzione che non rovinò nulla e non fece neanche un graffio. Quando fu dentro al salotto gli offrirono dei vestiti belli e dei vestiti brutti, dell’oro e dell’ottone e lei scelse i vestiti brutti e l’ottone. Ma il Mammone invece diede ordine alle Fate di darle i vestiti belli e i gioielli d’oro di maggior valore e dopo, quando fu vestita in modo da sembrare una regina, il Mammone le disse: – “tieni il setaccio che hai chiesto e quando sarai uscita fai attenzione: se senti ragliar un asino, non ti voltare; ma se canta il gallo, voltati pure.” –Caterina ubbidì, e al raglio dell’asino lei non si voltò; ma si girò al chicchirichì del gallo e subito gli venne una stella brillante sulla fronte.

Pupazzi Moulin Roty

Quando Caterina arrivò a casa, la mamma e la sorella Brutta, vedendo gli abiti, i gioielli e la stella brillante, furono molto invidiose. Disse allora la sorella Brutta: – “Voglio andare anche io dalle Fate. Mamma, mandate me a riportargli il setaccio.” – Così, quando il setaccio fu adoperato, la Brutta se lo mise sotto il braccio e si avviò verso il bosco delle Fate, e anche lei incontrò il Vecchietto, che gli domandò: – “Ragazzina, dove vai così di fretta?” – “Vecchio ignorante!” – gli rispose con superbia la Brutta: – “Io vado dove mi pare. Impiccione, fatevi i fatti vostri!” – “Brutta e scontrosa!” – Esclamò il Vecchietto ridendo sotto i baffi. – “Vai dove ti pare, domani te ne pentirai!” –

Quando la Brutta arrivò alla porta delle Fate, iniziò a bussare con forza come se volesse scassinare la porta. Sentendo quel fracasso le Fate dissero: – “Metti un dito nel buco della serratura e apri.” – La Brutta subito ficcò il dito nel buco; e quelle glielo tagliarono di netto. L’uscio allora si spalancò e la Brutta rabbiosa e inviperita entrò in casa, e, scaraventato il setaccio per terra, disse: – “Eccovi il vostro setaccio, maledette!” – E poi visti i gatti al lavoro, urlò: – “Brutti gattacci! – E iniziò a maltrattarli. Ne venne fuori una confusione, tremenda. I gatti scappavano di qua e di là miagolando; e richiamato da quel chiasso arrivò il gatto Mammone, e i gatti fra gli strilli raccontarono come erano stati trattati dalla Brutta. Allora il Mammone chiese: – “Ragazzina, voi dovete aver fame. Volete voi pane nero e cipolle, oppure, pane bianco con del formaggio?” – E la Brutta: – “Guarda che maleducazione! Se voi veniste a casa mia, non vi darei mica pane nero e cipolle, e neanche vi taglierei le dita nel buco della chiave! Io voglio pane bianco e del buon formaggio!” – Ma si dovette accontentare del pane nero con le cipolle, perché non gli portarono altro. Allora il gatto Mammone disse: – “Coraggio ragazzina, regaleremo anche a voi un vestito e tutto il resto. Salite su, ma fate attenzione alla scala, che è di cristallo.” – La Brutta però non fece attenzione e salì la scala con gli zoccoli ai piedi, così la rovinò da cima a fondo; e arrivata in salotto, quando le Fate gli domandarono: – “Cosa preferite, un vestito di broccato e degli orecchini d’oro, oppure, un vestito di cotone e degli orecchini d’ottone?” – Lei si attaccò subito alle cose più belle ma fu costretta a prendere le più brutte perché non gliene diedero altre.

Tutta indispettita la Brutta fece per andarsene ma sulla porta il gatto Mammone le disse: – “Ragazzina, se canta il gallo, andate avanti, ma se raglia l’asino voltatevi indietro, che vedrete una bella cosa.” – Così, quando l’asino ragliò la Brutta si girò per vedere quale fosse la cosa bella e una folta coda di asino le venne fuori dalla fronte. Disperata si mise a correre verso casa piangendo.

Intanto Caterina, sempre più bella, fu vista dal figlio del Re che ne innamorò così tanto da obbligare il Re suo padre a concedergli di prenderla in moglie. Le nozze vennero stabilite, e la madre e la Brutta non ebbero il coraggio di opporsi alla volontà reale; ma decisero di aspettare il momento per ingannarlo!

Capucine, pupazzo di pezza Moulin Roty

Nel ruolo del bel principe: Capucine, pupazzo di pezza Moulin Roty

Sentite quel che fecero queste due sciagurate: – Il giorno del matrimonio calarono Caterina in un tino che stava giù in cantina e con i suoi vestiti e le sue gioie la Brutta si vestì da sposa, la mamma le rasò la coda d’asino che aveva sulla fronte e poi le coprì il viso con un velo così, quando il figlio del Re arrivò col corteo a prendere Caterina, la mamma gli disse: – “Eccovela qui pronta per la cerimonia” – e gli presentò la Brutta. Il figlio del Re stava lì per porgere la mano alla brutta, credendo che fosse proprio Caterina; ma tutt’ a un tratto gli sembrò di sentire dei rumori e dei lamenti provenire da sotto. Incuriosito ordinò a tutti di fare silenzio per sentire di cosa si trattava e si accorse che qualcuno cantava con voce lamentosa: – «Maumaurino! La Bella è nel tino, la Brutta è in carrozza e il Re se la porta!» –

Il figlio del Re allora s’insospettì, e chiese che la sposa si togliesse il velo per vederla in viso, e subito scoprì l’inganno. Andò su tutte le furie e, cercata Caterina la fece uscire fuori dal tino, e decise che ci chiudessero dentro la mamma e la Brutta legate insieme.
Il figlio del Re poi sposò la bella Caterina, la portò al suo palazzo, dove vissero allegri e contenti per molti anni.

Stretta la foglia, larga la via, Dite la vostra che io ho detto la mia.

0

Il coniglio sulla Luna

Avete mai osservato la luna piena con attenzione? Avete mai giocato a trovare un senso alle macchie che si vedono sulla sua superficie? E’ un gioco che tutti i bambini facevano quando i cieli notturni erano bui e la luna si poteva ammirare in tutto il suo splendore. I bambini di tutto il mondo e di tutti i tempi si sono divertiti a guardare la luna e a vedere sulla sua superficie immagini meravigliose che, crescendo, hanno trasformato in storie, tutte diverse e tutte magiche.

Una delle storie più belle viene dalla tradizione orientale, diffusa in Cina e Giappone e racconta di un coniglio (che in cinese viene chiamato Yuètù, e in giapponese Tsuki no usagi) che vive sulla luna e che nel suo mortaio pesta le erbe dell’immortalità.

coniglio lunare_4a

E’ una leggenda antichissima presente già nel V secolo a.C e racconta che un povero viandante affamato giunse in un bosco e lì incontrò una scimmia, una lontra, uno sciacallo ed un coniglio i quali decisero di aiutarlo a trovare del cibo. La scimmia, agile, si arrampicò sugli alberi e portò al viandante della frutta, la lontra pescò del pesce, lo sciacallo entrò in una casa e lì rubò del cibo che portò al viandante. Solo il coniglio non riuscì a trovare nulla se non un po’ di erba, allora accese un fuoco e vi si gettò dentro per offrire sé stesso in pasto al viandante. A quel punto il viandante, colpito da tanta generosità, rivelò di essere la dea Chang’e, salvò il coniglio dalle fiamme lo portò con sé sulla luna e gli insegnò a produrre il suo elisir dell’immortalità pestando le erbe nel mortaio.

sdr

Nelle notti serene, se guardate bene e vi abbandonate alla fantasia, potrete partecipare anche voi della magia della luna e vedere il coniglio Yuètù lavorare senza sosta al suo mortaio.

coniglio sulla luna_b